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giovedì 14 ottobre 2010

17-Dic-94 Conferenza Poetel Telematica

498, 17-Dic-94, 14:31, I-----, 590, F.Baiani, I, Roma
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Conferenza Circonferenza

Riporto un messaggio inviatomi da Claudia Cataldi,
su sua spontanea richiesta...

INCONTRI

Lunedi'
c'e' Alfredo Giuliani
in Circonferenza.

Entrera' a dare un'occhiata...
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Se poi mi deste il permesso di entrata nella conferenza
potrei guidare il nostro Giuliani all'interno di Conferenza Poetel.

Fai un salto nella Circonferenza, intanto.

saluti
claudia

martedì 12 ottobre 2010

Montale

MONTALE

è riuscito a trasmettere ai suoi successori gli abbozzi di una poetica che egli, votato alla sovrabbondanza vistosa e aulica, non era sempre in grado di praticare. Tutti coloro che hanno ‘attraversato’ D’Annunzio con intelligenza — da Gozzano a Ungaretti a Montale — lo hanno ‘ridotto’ e combinato con altri influssi cercando di sfruttare la sua energia neutralizzandone la retorica.

Del resto D’Annunzio, subito contaminato e corretto con Sbarbaro e Boine e Gozzano, non è che l’iniziale innescatore di una serie pressoché ininterrotta di contraccolpi tematici e stilistici che Montale (o meglio la sua impressiva memoria) ha ricevuto via via dalla tradizione antica e moderna, italiana e straniera. La capacità artistica di Montale è grande nel filtrare, con l’avarizia dell’autenticità, l’informazione poetica altrui, gli venga da Dante o da Yeats o da Mallarmé. E si aggiunga l’attitudine, cresciuta con gli anni, a individuare contemporaneamente i valori fonici e la più concreta semanticità della lingua, a usare con maestria le metafore più attutite, a unire il prezioso e il comune in sintesi rapide e dal disegno incisivo. Il fraseggio montaliano ha una peculiarità sempre distinguibile, che è data dallo spessore stilistico dei vocaboli e dei moduli sintattici e da una concentrazione di tono come signorilmente distratto, mai volontaristico, agevole e necessitato anche se leggermente stravagante.

Montale è probabilmente il più conservatore dei poeti ‘moderni’ ed è moderno da cinquant’anni. Forse perché è riuscito a tenere miracolosamente in piedi, senza sbavature di eloquenza, una storia tutta individuale, spesso cifrata ma non ermetica, di equilibri rovesciati: ha fatto lo scettico con passione, il laico con religiosità, il materialista con allusività metafisica, il visionario con razionalità. Come ha vissuto insieme il senso della necessità e della gratuità dell’esistenza, e dunque il peso dei malcerti confini tra la ragione e l’assurdo, così ha scritto versi per comunicare “quel quid al quale le parole sole non arrivano”.

Alla sua accorta sfiducia nel linguaggio (che è poi la conseguenza crepuscolare del simbolismo fine-di-secolo) e al suo modo reticente e scabro di dire il sentimento della realtà noi dobbiamo l’incantesimo di certi suoi versi e l’enigma insoluto di certi altri. Dobbiamo a questa poetica l’uso semantico degli oggetti, l’apparizione brusca delle cose che vivono di vita propria e che il poeta percepisce a strappi, a lampi, e che sarebbero tali anche se egli non le guardasse e non le riconoscesse.

Il poeta è un nomenclatore di situazioni, il registratore semiautomatico, insieme frecciante e sonnambolico, dei fenomeni che fanno sbandare, accecano o aiutano l’identificazione, questo processo psicologico in cui si rivela “l’infinità dell’individuo limitato”. La riduzione che Montale ha operato nella panica esaltazione esistenziale del D’Annunzio, ricavandone la problematicità e il profondo sperdimento nella natura, vissuta in negativo (perché è il momento “di guardare le forme / della vita che si sgretola”), si riflette puntualmente non solo nel puro probabilismo, nell’accidentalità dei “triti fatti” che egli registra, ma soprattutto nel tormentoso rapporto con l’altro, ridotto a fantasma (dunque presenza allusiva, che può svanire e lasciarti il tuo vuoto o assumere sembianza di angelo salvatore e accompagnarti nella memoria). Falotico e fortunoso è il processo di identificazione col fantasma dell’altro (che è, di volta in volta o nello stesso tempo, l’alterità dell’io, l’estraneità del vissuto, il metafisico Altro, l’amore, la donna sfuggente e catturante). La storia della poesia di Montale si compone di tali momenti discontinui e quasi medianici che il discorso razionale cerca di fissare dall’interno. Proprio perché tutta interiore ma indiretta, la poesia di Montale si affiderà sempre più all’intensa evocazione degli oggetti esterni.

Negli Ossi le aride scogliere delle Cinque Terre battute dai venti mutevoli, il mare che corrode i greti petrosi, le agavi che si levavano tra le rocce, gli uccelli volteggianti nella luce abbagliante, l’accendersi e lo svanire dei colori, i limoni e i girasoli che vincono il grigio con la loro modesta solarità sono tutti segni di un mondo che sorregge appena l’uomo; la sua presenza è dubbiosa, estenuata, e

Giuliani A., “Le droghe di Marsiglia”, Adelphi, pag. 241

Marino Moretti a filo ritorto

MARINO MORETTI A FILO RITORTO

Marino Moretti è stato, fin dalle ormai lontanissime origini, uno scrittore di sottofondi e di malizie, ben altrimenti ambiguo del suo coetaneo e rivale Guido Gozzano. Il poeta della Signorina Felicita mori nel 1916, a meno di trentatré anni; e Moretti è giunto nel 1975 ai novanta. Per una specie di impronta storica con cui la critica li ha segnati, la concorrenza è divenuta inevitabile; e Moretti non ha mai smesso di contrastare a Gozzano il primato nella poesia “crepuscolare”, in quella poesia-prosa, dimessa e ironica, che rappresenta senza dubbio l’ingresso del modernismo nella lirica italiana. Quando a decenni di distanza dalla stagione crepuscolare, fiorita intorno agli anni Dieci, Moretti confesserà questa sua tenace ambizione, lo farà nella sua tipica maniera semplice e ritorta, di sapiente estraniazione: “Come sono lontano I da quella tomba che vidi ad Agliè! / Ebbene, io so che cosa vuoi per te: / superare Gozzano. / Altri tempi. Oggi il tempo è disumano, / e tiene tutti i suoi doni per sé..

Ma nelle poesie scritte da Moretti nello straordinario decennio della longevità, pressappoco dal 1965 a oggi, ci sono testimonianze più preziose, e per esempio questa:

“Come fioriva la parola “triste” / nei versi giovanili, ed ero allegro! / Ora ben so ch’io fui come poeta, / e più ancor nella vita, / scarsamente sincero; / e la parola che

più spesso insiste / nella pagina stanca, anzi sgradita, / fa sì ch’io scioccamente la ripeta, / ma non potrei più dire sono triste” / se lo sono davvero”. Che è una bella lezione di letteratura: un repertorio tematico non ha senso letterale, e non è psicologicamente “vero” neppure nel più egotista dei poeti lirici. Moretti ci costringe a rivedere quanto c’è di presunto e di realmente significante nella poesia crepuscolare: “La strofetta all’antica / non lo sai perché piaccia. / È una piccola ombra che s’affaccia / a dir più che non dica”.

Gli anni della fioritura crepuscolare sono quelli in cui i giovani poeti si vergognano di essere tali. L’unico che soffre non tanto di essere poeta quanto di non esserlo è l’ingenuo fanciullo Corazzini, il romano morto di tisi a ventun anni nel 1907, famoso per quattro o cinque poesie di trasparente e favoleggiato patetismo. Tutti gli altri e fanno della necessità storica virtù e mestiere; e la vergogna è dichiarata con ironia da Gozzano, con allegria dal funambolo Palazzeschi, con malizioso disincanto da Mo-retti. Dietro la loro maniera rinunciataria e masochistica c’è il rifiuto traumatico della pseudo-razionalità civico-borghese, della insidiosa sontuosità verbale del classicismo dannunziano. Il Vate è un totem che viene debitamente ucciso e le cui spoglie sono spartite e inghiottite un po’ da tutti. È così possibile confermare e sviluppare una convenzione ‘scapigliata’ (già fissata nel secondo Ottocento): quella del poeta senza destino, gettato nell’universo, buttato in un angolo, orfano della società e delle muse, nauseato dell’oratoria.

Ma questo poeta umiliato è felice, benché lo dica assai di rado, di aver scoperto un territorio stilistico sempre nuovamente percorribile: col suo realismo interiore (è un verista dell’anima, o crede di esserlo) umilia la realtà. Dai fenomeni della natura, dalla città industriale, dagli oggetti di una civiltà sconnessa e sempre più precipitosa e violenta, cerca di trarre gli inventari più reietti, le preziosità più povere, l’esemplare o il catalogo di analogie che esprimono lo sperdimento, la fiochezza, la desolazione, l’estraneità. È famoso l’attacco di una poesia di Moretti apparsa in volume nel 1915: “Piove. È mercoledì. Sono a Cesena, / ospite della mia sorella sposa, / sposa da sei, da sette mesi appena”. Questo tono distaccato e un po’ distratto è un graffio alla realtà degli altri. C’è anche chi reagisce con tratti burleschi e provocatori, o chi, come Ungaretti, oserà chiamarsi “poeta” senza attenuazioni nel momento in cui i panni del soldato in guerra lo ripareranno dalla viltà borghese esponendolo al coraggio di affermare la propria vitalità di “creatura”. Il poeta, comunque sia, ha cessato di sentirsi demiurgo e visionario; per diventare, però, un sottile persuasore di equivoci e di piaceri storti.

Si sono visti fin troppo bene gli aspetti languidi e piangevoli della poesia crepuscolare, si è vista l’ironia, non si è fatto gran caso alla perfidia e all’ambiguità delle manovre crepuscolari, non si è visto bene quanto di ‘decadente’ (dal punto di vista, almeno, tematico dell’agonia romantica) viene sottilmente macerato in poeti dall’apparenza così inoffensiva. E dire che Moretti nella prefazione a Poesie scritte col lapis (1910) citava con raffinata intenzione di espressività addirittura Oscar Wilde. E sarebbe bastato dedicare una non frettolosa indagine psicoanalitica all’incantevole crudeltà di un poemetto, molto Primo Novecento, come “Il sogno di Pasquetta” con quella serva sognatrice che uccide “per sbaglio” la piccioncina in luogo del piccione maschio compiendo così la simbolica eliminazione della padroncina rivale vincitrice in amore! E lei lo sa, di essersi presa una “dolce vendetta”!

Non ci stupiremo, dunque, se Moretti tornando da vegliardo alla poesia vi si ritragga sempre meno tenero. Ammiriamo invece, e questa è stupefacente davvero, la sua inesorabile grazia e bravura nel parlare di sé, caso forse unico di antico-moderno: “Scrivere è malattia com’è buona salute. / ... / Scrivere è proprio tutto, amare e disamare, / volere il bello e il brutto, tenersi monte e mare”. Scrivere versi è ancora per lui “parlar di sé all’infinito”. Senza poter rinnegare il suo pascolismo di origine (non è questa la sua novità), Moretti ha imparato a straziare un po’ il verso, che tende sempre a venirgli argutamente


Giuliani A., “Le droghe di Marsiglia”, Adelphi, pag. 232

lessici di frequenza

STOLIDITA DEI LESSICI DI FREQUENZA

Leggendo romanzi e periodici e ascoltando commedie e dialoghi di film incontrerete in media il sostantivo “cosa ogni 250 parole, e una parola su otto sarà un articolo determinativo. La particella rafforzativa-negativa “mica”comparirà con una frequenza doppia rispetto, per esempio, all’avverbio “spesso” o al sostantivo “lettera” o alle voci del verbo telefonare”. Tra le prime cento parole usate con più frequenza nell’italiano medio scritto troverete 8 sostantivi: dopo “cosa”, in ordine descrescente, “giorno”, “anno”, “casa”, “uomo”, tempo”, “vita” e “parte”); 20 verbi (che diventano 22 se “essere” e “avere” sono considerati in senso proprio e come ausiliari) tra i quali “parlare” e “pensare”; e molti avverbi, pronomi, preposizioni e congiunzioni (tra cui le meravigliose “se”, “ma”, “che”: senza le quali, dopo la “e”, addio possibilità di discorso).

A che cosa servono queste ricerche quantitative sulla lingua? Forse a orientare sull’insegnamento di base dell’italiano nelle scuole elementari e agli stranieri; dico a orientare e non di più, perché le voci schedate nel “Lessico di frequenza della lingua italiana” da Bortolini, Tagliavini e Zampolli (pubblicato da Garzanti dopo l’edizione fuori commercio della IBM) non sono state ricavate, neppure parzialmente, dal parlato.

Gli autori hanno predisposto lo spoglio elettronico di 500.000 voci traendole da 10 copioni teatrali e 8 cinematografici, 10 romanzi di stile ‘medio’, 6 periodici e 3 sussidiari per le classi elementari: tutti testi datati tra il ‘47 e il 68. Hanno quindi scelto, per includerle nel Lessico le prime 5.356 voci risultanti da un calcolo che teneva conto non solo della frequenza in assoluto, ma anche di un certo rapporto tra questa e la distribuzione nei cinque settori prescelti (teatro, cinema, romanzi, periodici, sussidiari). Sicché, per esemplificare, una parola come “divinità” registrata 15 volte ma in un solo settore (nei sussidiari) è stata esclusa, mentre è inclusa, sia pure tra gli ultimi posti, la parola “intermediario” che compare 3 volte equamente distribuita in tre settori (a quota 15 è anche la voce «poliziotto» che con mirabile giustizia distributiva si è fatta registrare 3 volte in ogni settore).

Sfogliando il Lessico con qualche attenzione si affollano osservazioni curiose e altre prevedibili. Mancano “allegramente”, “collera”, “indifferenza”, “percorrere”, “pranzare”, “tuono”, “vuotare”, tutte voci presenti nel recentissimo “Dizionario del francese fondamentale” (Zanichelli) che Raoul Bloch ha ricavato con poche modifiche dalle circa 3.500 voci del Francais fondamentale (costruito sulla lingua parlata). Non c’è “raffreddore” (che i francesi non si son lasciati scappare) ma c’è “singhiozzo”. C’è “sindaco”, ma non “sindacato”. Si va in “tram” e in “corriera”, mai in “autobus” o in “filobus”. Il caso maligno ha voluto includere tra le 5.356 parole più frequenti la voce “podestà” (che compariva, manco a dirlo, 5 volte nei sussidiari e s’è fatta scovare 2 volte in un romanzo, probabilmente nelle Cronache di poveri amanti di Pratolini) e ha tenuto fuori “federale”, “vassallo”, “governatore”, “duca” e altre simili ugualmente necessarie alla conoscenza della storia. La “frittata” (3) ce l’ha fatta per un pelo; meglio “carota”, uniformemente distribuita una volta per settore.

Il sostantivo “sesso” e l’aggettivo “sessuale” ricorrono con moderata frequenza (15 e 13), soprattutto nei giornali o periodici. Le voci più ardite, tanto per dire, accolte

nel Lessico sono: “puttana” (al cinema 18 volte su 25), “battona” (al teatro e al cinema, mai nei romanzi) e “prostituta”; peraltro mancano “ruffiano”, “lenone”, “magnaccia, e la voce “protettore” compare soprattutto (4 su 7) nei sussidiari: è dunque lecito supporre in altra accezione. Non c’è “mafia”, né “spaghetti” né “maccheroni”, né “pizza”, e “pastasciutta” compare soltanto 5 volte. Non deduciamone alcuna conclusione, per carità.

La prosa dei romanzi schedati — che vanno da Vittorini a Moravia a Calvino a Bevilacqua — è definita dagli autori del Lessico con molta approssimazione, “neorealistica”. Ora, è qui che si scoprono le più allegre cattiverie dell’impassibile calcolatore elettronico. Tutti nominano il “suicidio”, perfino i sussidiari, ma non i romanzi neorealisti; che accennano appena 2 volte al “prosciutto” e mai alla “bistecca”. In questi romanzi si va molto in “bicicletta”(14 su 24), rare le “motociclette” (5 su 24). Pensavo la voce “cagnolino” inflazionata dai sussidiari; e invece no: essi usano soltanto “cane”; sono i romanzi neorealisti ad accaparrarsi “cagnolino” 24 volte su 29.

Il sentimento più diffuso al teatro, al cinema e nei romanzi non è la tristezza, la malinconia, la tenerezza o l’”allegria” (15): è la “paura” (204). Di “soldi” si parla soprattutto al cinema e al teatro, il “sole” splende o tramonta per lo più nei romanzi. Di “giornalisti” parlano frequentemente i giornali (19 su 25), il “blu” si trova in prevalenza nei libri di scuola (oltre che nei terrificanti romanzi di William Burroughs, ma questo non c’entra). A parziale compenso delle pur utili parole assenti (come “edile”, “metalmeccanico”, “idraulico ., “gomito”, “ruga” e “berretto”), dirò che il Lessico è stato si costretto a registrare “chic” e “smoking”, ma anche certi aggettivi ormai da considerare squisiti, come “estatico”, “mansueto” e “stento”.

Non ho ben capito a che cosa serva un lessico di frequenza, se lo si può toccare soltanto con le molle. Però, maneggiato così, si può dir tutto meno che non è divertente.

Giuliani A., “Le droghe di Marsiglia”, Adelphi, pag. 282

lunedì 11 ottobre 2010