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venerdì 14 aprile 2023

Trimalcione a Marsiglia

TRIMALCIONE IN BIBLIOTECA LE DROGHE DI MARSIGLIA L'AVVENTURA PSICHICA. CIÒ CHE DOBBIAMO A FACHINELLI

Per anni ho letto trattati e saggi di psicoanalisi come fossero romanzi, zibaldoni poetici, peripezie antropologiche e terapeutiche di nuovi intrigantissimi sciamani. Sono stato toccato nel vivo della fantasia, nell'ombelico dei sogni, nel cocuzzolo mitologico-filosofico. La letteratura psicoanalitica ha finito con l'occupare uno spazio cospicuo della mia biblioteca. A un certo punto della vita ho fatto una soddisfacente esperienza, né troppo breve né troppo lunga, del -confessionale» junghiano. Che tutto questo mi sia servito per conoscere un po' meglio me stesso e gli altri, a percepire la forza e le deformazioni degli impulsi, per congetturare la presenza di campi e confini invisibili, mi piacerebbe affermarlo ma ne dubito.

Per me il fascino principale dell'analisi risiede nel metodo e nell'idea che lo muove: che si possa riuscire a conoscere (o riconoscere) ciò che non sappiamo di sapere, ossia la nostra distorta ignoranza o sepolta sapienza. Infatti, c'è una cosa ovvia che troppo spesso viene dimenticata: gli «oggetti» di cui discorre la psicoanalisi sono tanto arcaici e lontani quanto i modi della nostra vita emozionale, affettiva e mentale. La psicoanalisi è un'arte maieutica, è un teatro alchemico e manierista, è «l'avventura psichica», come aveva intuito lo Zeno di Italo Svevo; e l'operatore, lo sciamano, la esercita a proprio rischio, modificandosi continuamente. Certo, esistono anche sciamani mediocri o cialtroni; ma questo è un altro problema.

Nel fascino esercitato dall'analisi c'è un fondamentale elemento critico. Io devo supporre che il nostro sciamano possieda i criteri della Ragione e della patologia psichica; e insieme con lui, grazie alla delicata e penetrante manovra di tali criteri, mi avventurerò nel mio sepolto e confuso sapere. È vero che per l'analisi non esiste la malattia, esiste il malato. Eppure, oggigiorno la relazione terapeutica (che dovrebbe configurarsi come una trasfusione di ritrovamenti e ideazioni dall'analista al paziente e viceversa) corre due pericoli perfino grotteschi. In sostanza, che sia l'analista sia il paziente si abbarbichino al già noto. L'uno per l'accumulo di conoscenze e interpretazioni trasmesse e collaudate. L'altro perché subisce la frammentazione temporale delle sedute e perché tende a incanalarsi nella prevedibilità delle cose da dire. Prevedibilità che non finisce mai, attirata dal miraggio di comunicare tutto...


sabato 28 gennaio 2017

con Alfredo Giuliani

Orari contrari con Alfredo Giuliani Sono andato molte volte in questi anni con il treno metropolitano da Alfredo Giuliani in cerca d’aiuto, l’ultima per un impegno con l’Università d’insegnare scrittura e farlo da illetterato sporgendomi sulle nuove tecnologie digitali. Avevo adocchiato nella sua bella casa certi collages promettenti e mi dicevo che se a tenerli era Giuliani, di sicuro c’era del buono; se poi era lui l’autore con Novelli e gli altri, allora bisognava proprio che sapessi. Evitando accuratamente di approfondire l’argomento, pregustando gli eventi, mi misi d’accordo per andare da lui con la mia camera. Si arrampicò su una scaletta alquanto precaria e cominciammo dal primo in alto, nell’ingresso, mettendo in allarme Rupert che non era stato avvertito delle riprese - i suoi abbai infatti sono l’incipit, la sigla. Da pretesto il collage, ben presto, si fece fido conduttore ed io seppi a lungo cosa dire agli studenti ad Arcavacata, delle peripezie dell’arte, della sperimentazione e delle tecnologie dell’alfabeto in tempi non sospetti; dalla sua esperienza in Rai, dalla docenza a Bologna al Dams, muovemmo a ritroso per l’esperienza vertiginosa degli anni cinquanta e sessanta alla raccolta di spunti per la composizione e la progettazione di artefatti comunicativi per chi fosse alle prese oggi con l’immensa tavolozza del web e con il nuovo repentino abbassamento della lingua nelle pubblicazioni digitali. «Non ricordo quando ho scelto la poesia. Da bambino leggevo i libri e i giornali che leggevano tutti i bambini; e forse qualcuno di più: favole, avventure, viaggi. Tra gli undici e i tredici, mi vedo affascinato e immerso, non so proprio perché, nel teatro: Goldoni; Alfieri; Shakespeare (in traduzioni ottocentesche), Metastasio (Didone abbandonata e Attilio Regolo). Dopo i tredici devo aver cominciato con i romanzi (Dickens, Stevenson, Dostoevskji, Dumas). Verso i quattordici divento lettore onnivoro, ricevo in regalo tutti i volumi della collana «I grandi scrittori stranieri» UTET (saranno stati un centinaio) e lì scopro Baudelaire e Shelley (tradotti in prosa). Fu allora, tra i quattordici e i quindici anni; che l’interesse per la poesia prese un certo sopravvento? Può essere, ma non ne sono affatto sicuro. Al ginnasio ebbi per un certo periodo un professore dannunziano. Amavo Leopardi e trovavo D’Annunzio detestabile, anzi repellente. Non sapevo ancora niente della poesia “moderna”. Ma ciò che ricordo come un trauma incancellabile è la prima lettura di Rimbaud. Ero sui quindici anni e qualcuno mi dette Una stagione all’inferno e le Illuminazioni tradotte da Oreste Ferrari. Ero incantato, e sconvolto, dal venire a sapere che quei poemi in prosa, scritti da un ventenne, risalivano al 1873-74. Stava per scoppiare la seconda guerra mondiale e io, che iniziavo il liceo, avevo messo un piede nella lirica “pura” mentre l’altro correva con gli esametri dell’Odissea (è dal mio maestro di liceo, il giovane Bruno Gentili, che mi venne inoculata la passione per la metrica). Eppure fino ai diciannove, venti anni non tentai di scrivere versi.(..)» (Alfredo Giuliani, La poesia è una cosa in più, Ebbrezza di placamenti, il Verri”, n.11-12, 1989) La sua biografia per affrontare l’insicurezza dei giovani allievi, di chi non può provarsi e finisce col perdersi nell’afasia operosa dell’agire compulsivo studentesco; per me e i miei protetti, dire come usò l’autoanalisi per autorizzarsi da sé alla scrittura e alla poesia; come avesse maturato le scelte dei poeti nuovi e il sodalizio con Anceschi. Cercai con il video e i luoghi della rete che andavamo popolando, non qualcosa da aggiungere in gara col racconto, piuttosto con l’ascolto e le note a margine delle corrispondenze - non un vero e proprio metodo che s’ispirasse al modo di ricercare che poi condusse dai collage e le pièce alle Poesie di teatro, a riportare alla tipografia quel che circolava nell’ambiente, nei media, nelle performance, nei convegni - tecniche, utensili che divenissero strumenti nel procedere della sperimentazione, oggi come allora. Nei Media Sincronizzati a base testuale di Orfeo, Luigi, Valeria, Daniele, Rosario e via via degli altri, con gli studi per esempio sul paratesto di Ale e Silvia che attivavano il laboratorio a distanza, nelle interfacce mobili e dinamiche di Nicola e Francesco, con i report degli avatar più originali in ascolto e visione, trovammo con Alfredo tracce ed echi bastanti per continuare a vederci e a registrare, tanto che ad un certo punto si decise di studiare per esempio Quindici e magari poi Il cavallo di Troia, riviste guida che fornivano le piattaforme ideali della condivisione e del lavoro cooperativo per i gruppi di lavoro in rete. «Quindici è un giornale fondato sulla fiducia interna, non sulla routine professionistica. Un gruppo di scrittori lo ha inventato dal nulla, e io sono uno di questi. Credevamo di poter fare una cosa che allargasse un poco la nostra udienza, e l’abbiam fatta. Abbiamo avuto successo, più di quanto noi stessi speravamo. Il merito non è mio, né del direttore editoriale. Il merito è della. fiducia reciproca che ha sorretto tutti noi. Io stesso, quale responsabile, non ero che un fiduciario del collettivo. Nessuno mi ha tolto la fiducia, e io la conservo da parte mia per tutti i collaboratori. Dunque perché, «sul più bello», ho deciso di andarmene? È difficile da spiegare, e mi ci proverò. Forse occorrerebbe un lungo discorso, una cronistoria minuziosa. Negli ultimi tempi mi estenuavo, più che a raccogliere il «materiale», in lotte sempre meno allegre per bloccare le infiltrazioni di materiale oscuro e demagogico. Il mio crescente disagio nasceva dalla sensazione sempre più opprimente di essere entrato, quasi senza accorgermene, nella Ortodossia del Dissenso. Sia chiaro che io sono stato felice di pubblicare nei numeri scorsi certi documenti: le carte rivendicative degli studenti dell’Università di Torino, la teologia della violenza, la protesta dei cittadini di Orgosolo, sono fatti che noi abbiamo portato per primi all’attenzione di una grande cerchia di lettori, fatti che era giusto parlassero con il loro linguaggio. Ma il materiale di cui è composta una rivista è forse meno importante dell’atmosfera in cui viene proposto. Il passaggio dal documento o dall’argomento «giusto» al documento o all’argomento «facile» avviene in maniera percettibile ma subdola. Comincia il ricatto psicologico della cosa di cui si deve parlare. Il Dissenso diventa una merce che bisogna fornire. Non si ragiona più se non col Dissenso Comune.(..)» (Editoriale, Perché lascio la direzione di « QUINDICI » di Alfredo Giuliani). Non so più come fu che un giorno incorremmo nei dizionari e nei vocabolari e ci fu un’epifania da registrare – fui pronto con il videotelefono: “Tommaseo, alla lettera M, Morte, senti: Passione a cui sottostà il corpo quando l’anima cessa di ravvivarlo, capisci, la mentalità che ci sta sotto? Per questo bacchettone spiritualista, la morte non è un fenomeno ma una passione! Così alla fine quando hai letto la definizione sai cos’è la morte, ma non sai cos’è la vita.” Poco male che non si faccia lezione ad Arcavacata, e non si risponda sul web alle domande dei “ragazzi”, anche se mi disse lui stesso dopo un po’ di ritornare a farlo quando si fosse placato il mio disinganno: il maestro amico dovrà rispondere da molto lontano alle nostre domande, starà a noi raccorciare le distanze, oppure rimetterle e chiamarlo accanto. «L’ironia non è ironica, spiegò una volta Alberto Savinio ai suoi lettori; diversamente da quanto si crede generalmente, l’ironia è seria. Quei temi risibili, nella scrittura di Orari contrari (di Lucio Klobas), toccano gli abissi quotidiani del senso e dell’insensatezza. Per convincersene, basta leggere con attenzione i due testi più «teoricí» del libro: Tempo supplementare e Lente deformante. Il primo potrebbe valere come una irresistibile conferenza sulla lotta contro il tempo. Qui le frasi si concatenano in sequenze così ben congegnate e montate che perfino i luoghi comuni prescelti nel percorso paradossale suonano come gag. Potremmo anche sussultare di filosofico riso. L’altro testo, Lente deformante, descrive accuratamente la condizione dello scrittore che vorrebbe descrivere la realtà tale e quale, così come gli accade o gli accadrebbe di percepirla o allucinarla o ricordarla da instancabile osservatore di fenomeni e scrutatore di destini. Descrivere la morte in persona, fin dal suo primo timido apparire, mentre egli sta morendo. Insomma scrivere «come fosse lui stesso la morte che si autodescrive », morire con la penna in mano, questo sarebbe il massimo del realismo e lo ripagherebbe degli enormi sacrificí compiuti per identificarsi con le parti in causa. Il libro termina con una svolta inattesa, poche righe in cui l’allegoria non è più ipotetica, non è più dimensione puramente mentale perché ha preso corpo in una realtà delicata, felice e inevitabilmente fragile». (Alfredo Giuliani, La Repubblica, su “Orari contrari” di Klobas) i materiali relativi su http://uniet.it

martedì 21 ottobre 2014

Alfredo Giuliani Le droghe di Marsiglia Adelphi

Alfredo Giuliani

Le droghe di Marsiglia

1977, pp. 418
isbn: 9788845903212
Letteratura italiana, Critica e storia letteraria
RISVOLTO 

A Marsiglia, Walter Benjamin fumava hascisch e delirava, felice e malinconico; a Marsiglia, Sade somministrava confetti afrodisiaci di cantaride a quattro prostitute che poi lo avrebbero accusato di averle fustigate, sodomizzate e avvelenate. Ma la droga di cui entrambi fecero maggiore uso è un’altra: quella della letteratura come «adultero intruglio di tutto».

Per aiutarci a viaggiare all’interno di questa specie di letteratura, seguendo itinerari imprevedibili, contorti, eppure astutamente ragionati, Giuliani ci offre, con questo libro, una guida preziosa.
«Lo scrittore ‘moderno’ compare ogni volta che uno si mette a scollare le parole dagli oggetti sui quali erano appiccicate»; è una definizione ironicamente minima, e insieme carica di implicazioni. Partendo da essa, si apre una prospettiva di ingannevoli incontri e di risposte ambigue che Giuliani riesce a illuminare in modo magistrale. Dalla patafisica nera di Jarry si passa a quella ascetica di Daumal, l’Es di Michaux replica a quello di Groddeck, Renard e Manzoni confrontano le loro perfidie, l’ilaro-tragico Manganelli visita l’ipocondriaco Gadda, la sapienza postribolare di Nell Kimball si accompagna a quella del poeta-guerriero Mao Tse-tung, i romanzi involontari di Freud si intrecciano alle avventure di Cendrars, gli acidi di Corbière si mescolano con quelli di Lichtenstein, il magicomico Dylan Thomas si ritrova col metafisico Empson, mentre il corteo della poesia italiana moderna sfila davanti ai nostri occhi, da D’Annunzio e Montale ai poeti ultimissimi.



In breve: è un diario appassionante di letture che non hanno potuto evitare di diventare scritture, che hanno spinto un critico-scrittore a quell’esercizio non ben delimitabile né regolabile che è la critica in rapporto a quell’entità ‘mostruosa’ in cui riconosciamo l’essenziale e l’indispensabile della letteratura moderna. Esercizio in cui eccellono appunto gli scrittori, come provano, fra gli altri, i casi di Benn, di Pound, di Auden, di Valéry. Una tale critica, parlando di letteratura, parla continuamente d’altro; e, parlando di tutto, vi fa pulsare la letteratura: di questo i saggi qui raccolti sono una dimostrazione sottile, pungente, tortuosa, violenta. Certo, non molto troverà in questo libro chi cerchi equilibrati panorami, timorate gerarchie, elenchi di torti e benemerenze verso la società o la storia. No: come la letteratura di cui parla (e di cui fa parte), una critica della specie qui praticata da Giuliani è «cosa ostile, animalesca, insolubilmente blasfema e religiosa, che circola ancora da qualche parte nella vita e che cuori di rospo e orecchie di cane sanno ancora intendere». Ed è anche un aiuto fraterno e un segno di complicità per chi è felicemente sperso nella selva della «letteratura abbandonata a se stessa»..

Tristan Corbière Alfredo Giuliani

martedì 21 gennaio 2014

Alfredo Giuliani. Novissimi.

L'antologia de I novissimi (Rusconi e Paolazzi, Milano, 1961; Einaudi, Torino, 1965)
Videor, 1988.

Alfredo Giuliani. A metà degli anni cinquanta

[Gruppo 63] il contesto


Un'eco del dibattito dentro e fuori il Gruppo 63

[Gruppo 63] Adriano Spatola e il Gruppo 63, uscire dal libro.

Alfredo Giuliani Uscire dal libroLe prove della neoavanguardia.
Adriano Spatola. Giorgio Celli. Corrado Costa. Nanni Balestrini.
La rivista Malebolgie.

[Una videorivista di poesia] Poesia sonora. La poesia a teatro.

Ricognizione con Alfredo Giuliani sulla poesia e i poeti in scena.
In redazione. 

Videor 1988. 

[una videorivista di poesia] Poeti e Poesia oggi in televisione?

Sulla poesia e sui poeti oggi. L'ascolto in televisione.Videor incontra Alfredo Giuliani in redazione.

1988

[una videorivista di poesia] I poeti in video

Videor con Alfredo Giuliani
Ipotesi di lavoro

[una videorivista di poesia] Alfredo Gliuliani vs Videor

Come

Readings, spettacolarizzare la poesia?

domenica 29 dicembre 2013

autovideobiografia (files 1, 2 e 3)

Roma. Ginnasio e Liceo, da San Giovanni al Liceo Virgilio ai primi lavori.

a

martedì 19 novembre 2013

[Il cuore zoppo] Alfredo Giuliani Vs Tommaso Lisa

Giuliani/Lisa

Tommaso Lisa | Note su «oggettivazione del simbolo» e «accrescimento vitale» | in Il cuore zoppo di Alfredo Giuliani*

Il cuore zoppo di Alfredo Giuliani

Tommaso Lisa |  Note su «oggettivazione del simbolo» e «accrescimento vitale» |  in Il cuore zoppo di Alfredo Giuliani*


«Sgroviglia gli arruffati pensieri dei trent’anni / mentre imbruna il cielo tra meriggio e inverno, / filano le antenne verso il nord / e s’impolvera l’orecchio. / Angeli viola preludiano in torma ad ogni svolta. / Ecco l’omacchio disarmato / in mezzo al petto del campo; / ecco sul dorso dei colli, in figure di dolore, / ulivi aspri e forti / a due a due contorti in tenero colloquio».

mercoledì 16 ottobre 2013

lunedì 20 maggio 2013

Penelope Fitzgerald

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2000/05/04/perche-ho-amato-penelope-fitzgerald.html
Perché ho amato Penelope Fitzgerald

Sono un lettore affezionato di Penelope Fitzgerald, scomparsa ieri, all' età di 83 anni, vicino a Londra. Sono un suo lettore da quando Masolino d' Amico l' ha introdotta nel nostro paese. Confesso che mentre lavoravo a congegnare il mio secondo articolo su alcuni dei suoi romanzi (uscito in queste pagine il 12 marzo scorso), un po' trepidavo pensando all' età inoltrata dell' incantevole Vecchia Signora. E mi domandavo: scriverà ancora? Avrà pubblicato un altro libro dopo Il fiore azzurro? Dopotutto, quando apparve questo insolito romanzo nel 1995, la signora stava per toccare gli ottant' anni; sarà il suo canto del cigno? Devo affrettarmi, mi dicevo, perché forse la raggiunga almeno un' eco della nostra ammirazione. Quella trepidazione purtroppo ragionevole, era forse un presentimento dettato dall' affetto. Ora è venuto il momento di spiegare o di ribadire (infatti credo di averlo già suggerito nei due articoli a lei dedicati) perché si può amare a prima vista Penelope Fitzgerald. Penelope racconta le sue storie in un modo che sembra perfettamente naturale. Le sue frasi dipingono persone, cose, ambienti così come vuole che appaiano ai lettori. Senza mai una forzatura, un sovrappeso di retorica. Penelope è fantasiosa, ma non lo dà a vedere. Però ha il dono di attivare la fantasia dei lettori (ammesso che ne abbiano). Ognuna delle sue frasi ha la sua risonanza particolare, una vibrazione di senso, un colore o sfumatura che contribuisce all' insieme del quadro. Nei romanzi di Penelope non ci sono personaggi di contorno insignificanti. Vorrei prendere un esempio da L' inizio della primavera. Chi l' ha letto si ricorderà per sempre del servo Toma che compare di rado, quando è necessario in questo o quell' episodio. E per che cosa lo ricorderà? Per la sua conversazione col padrone Frank Reid, nel primo capitolo. Toma chiede a Reid se ha qualche notizia della moglie, che ha piantato improvvisamente la famiglia. Frank gli risponde che lei ha preso il treno per Berlino, e appurato il fatto non c' è altro da dire. Allora Toma osserva vagamente: "Dio non è senza pietà". E Frank, sorpreso: Ma come, quando sei venuto qui tre anni fa mi dicesti che non eri credente. E Toma, puntiglioso: "Non un non credente, signore, un libero pensatore. Forse non ha mai riflettuto sulla differenza. Come libero pensatore posso credere quello che voglio quando voglio. Questa sera posso affidarla, nella sua triste situazione, alla protezione di Dio, anche se domattina non crederò che esista. Come non credente sarei obbligato a non credere, e questa è una ingiustificabile limitazione ai miei pensieri". Un servo che la pensa in tal modo (a Mosca nel 1913 in agitati tempi prerivoluzionari) non è affatto incongruo, e non si può dire che è insignificante. E la bambinetta Christine Gipping (non ancora undici anni), che Florence Green è pressoché costretta ad assumere come aiutante nella Libreria, la ragazzina innocentemente spregiudicata, da vera proletaria anni Sessanta, che spiazza tagliente gli adulti con osservazioni micidiali, è senza dubbio un piccolo personaggio che Fitzgerald rende necessario e significativo della classe cui appartiene. Penelope ha un grande talento nel tratteggiare la presenza dei bambini nella vita degli adulti. Nei libri che conosciamo s' incontrano minori di vario carattere e classe sociale, non di rado dotati di una logica implacabile, che può parere cinismo precoce solo a chi non conosce i bambini. Penelope gratifica i lettori perché fa passare sotto i loro occhi, poniamo, la stupidità degli uni e la generosità degli altri, la cattiveria o la nobiltà d' animo, lasciando agli uni e agli altri il mistero delle loro inclinazioni. Il lettore giudica da sé solo. Penelope ha una grande maestria. Le sue frasi apparentemente semplici sanno esprimere situazioni complesse, suggerire sobriamente gli imbrogli dei caratteri. Penelope crede in ciò che racconta, ossia sa benissimo di esplorare il senso delle cose e degli esseri umani. I suoi personaggi li fa vivere e li conosce meglio via via che li racconta. Penelope è spiritosa e presta volentieri il suo umorismo ai personaggi che sappiano farne buon uso. Altrimenti li stringe con un filo di satira. Penelope è una signora colta, di buonissimi studi, di grande esperienza, che nella vita ha fatto tanti lavori diversi, anche modesti. E si capisce che ha sempre imparato qualche cosa. Non è un intellettuale, è un artista.

il caso di Florence Green

domenica 12 marzo 2000
Penelope Fitzgerald è una signora inglese di cervello educato e molta esperienza, che ha cominciato a scrivere i suoi romanzi "in miniatura" (e lei a chiamarli micro-chip novels) non prima di aver compiuto sessant'anni. L' abbiamo ammirata fin da quando e apparso in italiano Il fiore azzurro. L'editrice Sellerio ha poi pubblicato nel '99 altri due romanzi, tradotti come il precedente da Masolino d'Amico: La Libreria e L’inizio della primavera; ne restano almeno quattro per tenere sveglia la nostra attesa. O dovrei dire la mia attesa? Può darsi che io prediliga la Fitzgerald: per motivi che un tipo di lettore diverso da me troverebbe trascurabili o addirittura scontati. Infatti, le qualità del suo modo di raccontare suonano perfettamente naturali, a conquistarmi e il senso della vita ampio e sottile. Di quanti scrittori si può dire lo stesso? L'arte di produrre tali effetti è senza dubbio geniale, e proprio perché non ha nulla di vistoso e manieristico è oggi piuttosto rara. La Fitzgerald è maestra nel tratteggiare con semplicità situazioni complesse, e nel suggerire sveltamente sfumature e imbrogli dei caratteri. Sa combinare la sobrietà espressiva col tocco fantasioso. Affida il tono garbatamente ironico al corso degli eventi e al comportamento dei personaggi. Nelle sue storie percepiamo una drammaticità sommessa e diffusa; le sequenze e coloriture di stringato umotismo e avvertiamo collocate al posto giusto. Anche le figure secondarie o marginali hanno il loro risalto, e si fanno ricordare quali persone. Nei suoi libri non c'è nessuno scarto tra memoria e immaginazione: se sceglie tempi ambienti personaggi sempre diversi, si capisce che non lo fa solo per non ripetersi, ma soprattutto per esplorare il senso e il segreto delle cose e degli esseri comuni. Non esagerava l'appassionato traduttore nel chiudere la Nota finale al Fiore azzurro giudicando maligno, un silenzio che elude una domanda. Sentimento può essere un che di ignoto a chi lo patisce. Stare a quel gioco ratifica il lettore. L'equilibrio che incanta d’Amico ha il pregio di conservare intatto il mistero della stupidità e della cattiveria, della preveggenza e del buonanimo, dell'inconguo e dell’inesplicato, mentre passano evidenti sotto i nostri occhi. Pregio che può ben dirsi tipico di Cechov. Lo stile misurato e vivido della Fitzgerald sembra governare con grazia una certa inclinazione per li satira. Pubblicato in Gran Bretagna nel 1978, La libreria (pagg. 164, lire 15.000) e la sua prima opera narrativa, se si eccettua una detective story scritta, dice il risvolto di copertina, due anni non avesse qualche precedente. Ma si può spiegare a un curioso, o anche a se stessi, la maturazione di un talento? La Fitzgerald trasferisce nell' immaginario una sua lontana esperienza di lavoro a Southwold, cittadina costiera dell' East Anglia, che nel romanzo prende il nome fittizio di Hardborough. Non sapremo mai, né c'importa di sapere, se Hardborough somiglia davvero a Southwold. Ciò che sappiamo leggendo La libreria é che il ricordare e l'immaginare si sono certamente fusi nell'evento della scrittura, e che a prevalere sono state le mosse dell'invenzione. Hardborough esiste, creatura viva, tutta vera e tutta inventata, col suo buffo e angosciante provincialismo, gli aspri paesaggi e le figure bizzarre 0 deprimenti che la popolano. Esiste quale comunità appartata, povera di iniziative, retriva, aggrappata a tradizioni antiquate. Non la sfiora il crescente benessere di cui si sente dire, "nella stampa e dalla radio" anzi è persino un pò decaduta (siamo intorno al 1959-60). Lì tutti vengono visti "arrivare dalle grandi distanze".
Florence Green ci e vissuta otto anni passando quasi inosservata. Del resto, e una vedova di mezza età, piccola e asciutta, di aspetto "alquanto insignificante" davanti, e totalmente dietro", che dispone di mezzi molto modesti. E, a parte i minimi cambiamenti stagionali al suo abbigliamento ( durerà un'altro anno il suo cappotto invernale?), non offre spunti interessanti alla discussione pubblica. Ma un bel giorno Florence Green decide che è venuto il momento di dare una scossa a sè e alla comunità.




Poichè da ragazza ha lavorato presso..