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lunedì 30 dicembre 2013

Autovideobibliografia, 2005

file 5
Intanto mi ero molto politicizzato
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videor 15 luglio 2005 via cremuzio corso, giuliani at home

1950 Autoanalisi, dalla lettura allo scrivere

Karen Horney 1942 Self-analysis
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domenica 29 dicembre 2013

Dal leggere alla scrittura

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file 6, 1950-autoanalisi

autovideobiografia (files 1, 2 e 3)

Roma. Ginnasio e Liceo, da San Giovanni al Liceo Virgilio ai primi lavori.
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martedì 17 dicembre 2013

lunedì 16 dicembre 2013

martedì 19 novembre 2013

[Il cuore zoppo] Alfredo Giuliani Vs Tommaso Lisa

Giuliani/Lisa

Tommaso Lisa | Note su «oggettivazione del simbolo» e «accrescimento vitale» | in Il cuore zoppo di Alfredo Giuliani*

Il cuore zoppo di Alfredo Giuliani

Tommaso Lisa |  Note su «oggettivazione del simbolo» e «accrescimento vitale» |  in Il cuore zoppo di Alfredo Giuliani*


«Sgroviglia gli arruffati pensieri dei trent’anni / mentre imbruna il cielo tra meriggio e inverno, / filano le antenne verso il nord / e s’impolvera l’orecchio. / Angeli viola preludiano in torma ad ogni svolta. / Ecco l’omacchio disarmato / in mezzo al petto del campo; / ecco sul dorso dei colli, in figure di dolore, / ulivi aspri e forti / a due a due contorti in tenero colloquio».

sabato 2 novembre 2013

[golfedombre-blog] a proposito di Alfredo

per ostico intendo questo ad esempio: "Come devo comportarmi, domandai per sapere (per avere,/invece si chiede) se l'ala nera sarebbe infine abbattuta.// L'astrologo disse: (il destino): generalmente buono,/sarà accaduto e non dovrà rimpiangere, di fianco la luna/falcata radiosa, considerando l'epoca, una piccola soddisfazione/(in pieno giorno galleggiare nel prato [in corsivo nel testo]), la posizione/potrebbe indurla, di Urano o l'inverno che viene dagli spazi,/coincide con qualche amica o parente, non esiti a farlo,/procurandole notorietà (rumore di cesoie dal giardino [in corsivo nel testo]),/ allo scopo di screditarla, tenga sempre con sé il talismano,/sarà un mese piuttosto monotono" 
(incipit di "Azzurro pari venerdì", da "Povera Juliet").
http://golfedombre.blogspot.it/2006/07/corpus.html | http://www.blogger.com/profile/00938097066075766521

Michelstaedter


a Pavia

opac.unipv_fondo alfredo giuliani.
Università Pavia.  Centro di ricerca sulla tradizione manoscritta di autori moderni e contemporanei.

La ricca biblioteca dell'Autore, che consta di circa 12.000 volumi monografici - talora in edizioni rare e a tiratura limitata, spesso provvisti di annotazioni, postille e dediche autografe - documenta in modo sistematico i molti e vari interessi culturali del possessore. Acquisita dal Centro Manoscritti nel 2009, per il tramite della Fondazione Maria Corti, è attualmente in corso di catalogazione.

mercoledì 16 ottobre 2013

sabato 25 maggio 2013

Alfredo Giuliani VS Edoardo Cacciatore


http://www.testualecritica.it/39_Giuliani.htm
Il caso dello scrittore Edoardo Cacciatore (1912-1996) è il più strano che mi sia capitato d'incontrare. Sono stato il primo, e per parecchi anni il solo in Italia, ad azzardare una ricognizione critica del poema La restituzione, uscito da Vallecchi nel 1955. In precedenza l'autore aveva pubblicato un'opera in prosa, L'identificazione intera (E.S.I. 1951) che scoprii grazie alla segnalazione del mio prediletto libraio, Paolo Tombolini, e mi portai a casa insieme con il poema. Circostanza fortunata, perché quel libro si rivelò un formidabile aiuto. L'articolo che scrissi per “il Verri”, la rivista fondata da Luciano Anceschi nel '56, fu stampato l'anno dopo, nel numero 3 e risultò, tante erano le questioni sollevate dal testo, più un piccolo saggio che una recensione.
In quel periodo ero molto interessato a capire ciò che andava succedendo nella poesia italiana (davo ogni tanto anche un'occhiata al mondo). M'ero convinto che il prestigioso canone chiamato Novecento, vigente fino alla metà del secolo, aveva smesso di funzionare. M'aspettavo mutamenti, novità che erano nell'aria. E per quanto potevo partecipavo alla mutazione in corso. Il silenzio che circondava La restituzione era stimolante. 
Il poema di Cacciatore un'impronta nuova l'aveva di certo. Incurante del canone, proveniva e andava da un'altra parte. Intanto, il lettore doveva adeguarsi all'insolito impulso ritmico, dissonante e insieme colloquiale, cadenzato in misure metriche chiuse; i versi erano punteggiati di rime non musicali, non cromatiche, ma quasi intonazioni rituali di una liturgia laica, del discorso a meraviglia, lirico-gnomico. E poi, per orientarsi, bisognava conoscere alcune cose. Naturalmente, ciò che era utile allora, lo è altrettanto oggi. 
Recentemente è uscita una raccolta di Tutte le poesie di Cacciatore già pubblicate in volumi per lo più introvabili (Manni editore, pagg. 670, Euro 30). Il massiccio evento è curato e presentato da Giorgio Patrizi con sensibile attenzione. Bene. Ma c'è un punto, un vuoto che io continuo a trovare strano. Nel mio saggetto del 1957, poi raccolto nel volume Immagini e maniere (1965 e 1996), parlando della Restituzione alla luce del percorso mentale raccontato nella Identificazione intera, avevo intravisto una traccia 
molto attraente nell'inclinazione gnomica del poeta: “una sorta di radicalismo orfico”. Questa traccia, che io sappia, non è stata presa in considerazione da nessuno. Eppure m'è apparsa in seguito sempre più evidente. 
Oggi lo dico più recisamente e tranquillamente: non si capisce l'essenziale di Cacciatore se non ci si rende conto della sua ispirazione orfica. L'identificazione non è stata più ristampata. Peccato, è una chiave quasi indispensabile per entrare nella formazione dell'autore. È una forma stralunata di narrazione autobiografica, scritta con meticolosa lena tra il 1935 e il '46; è il tormentato e incantato resoconto di un viaggio filosofico-iniziatico verso la poesia. Ma ancora più indispensabile è leggere una buona opera sui 
misteri orfici (e di Eleusi e di Dioniso). Ottima è l'antologia di Paolo Scarpi Le religioni dei misteri (Fondazione L.Valla). 
Lampante stranezza di Cacciatore: nel tempo ormai lungo delle dissacrazioni, aveva una concezione sacrale della poesia. Nato a Palermo da genitori agrigentini, trapiantato a Roma all'età di cinque anni, siciliano nel midollo e cosmopolita nell'animo, sembrava spuntare direttamente dalla Magna Grecia. Si può avere fortissimo il senso del sacro, e non professare la fede in nessuna religione, non credere in nessun dogma. Il senso del sacro di Cacciatore aveva le sue radici nell'orfismo e, più in generale, nei ‘misteri' della grecità arcaica. L'orfismo del poeta si concretizzava nell'atto mentale del riscatto: “La realtà riscatto ininterrottamente”; “Ero felice pensando che il nostro compito, dovunque, fosse di riscattare.” 
Il nostro orfico non era affatto fuori dalla Storia. Le dedica per esempio un'intera parte della Restituzione (un poemetto dentro il poema), nella quale agisce un severo e disincantato sarcasmo. Ne cito un pezzetto finale: La storia ch'è tra inferi e divi/ Non fa caso tra deboli e forti/ Nell'invidia bruciano i vivi/ Nel pensiero bruciano i morti// La storia non ama i volitivi/ Né i rassegnati alle proprie sorti/ Ama chi è come morto tra i vivi/ Ama chi sente vivo tra i morti. 
Ma badiamo bene, l'accento che risuona qui e in tutto il poemetto è l'interpretazione orfica della Storia. L'apertura non è sarcastica. Anzi, è un invito solenne a contemplare il confine impalpabile tra vita e oltre: Chiudi le palpebre dico è per uscire/ Le vertebre volgi non è sonno di morte/ Territorio antico porte senza infissi/ Segni prolissi ignudi muri di avorio/ Un ardire è in tutti improvvisamente degni/ Caduchi i lutti nella mente rimane/ La fantasia ad essenza delle imprese/ Strane e la natura subito ha nostalgia. 
Proviamo a leggere alcuni passi che non sembrano pretendere particolari conoscenze: Momento in movimento senza tradimento/ Il giorno t'idoleggia e si sente imperfetto/ Fa' che io intenda il tuo esempio disattento/ Che lo scempio divulga a supremo diletto… /…/ Movimento un momento edificato in tempio/ Il resto al tuo confronto che bigotteria/ Il passato il futuro hanno le mani giunte. Ma nulla è pio od empio… /…/ Le idee rintoccano se le cose toccano/ Ma il pensiero in verità non è mai vandalo/ Nascono parole sono voglie che schioccano/ Irrefrenabilmente vien fuori lo scandalo/ /…// Lo scandalo è qui in realtà vivere vorremmo/ Toccando il pensiero non le cose che avemmo. Lo struggente desiderio di toccare il pensiero ci porta di colpo a un frammento eleusino sull'iniziazione: “Il pensiero dell'intellegibile, puro e semplice, attraversa l'anima balenando come un lampo, offrendo talora per una sola volta l'opportunità di toccare e di contemplare.” E a Dioniso, secondo l'interpretazione orfica, ci porta apertamente l'epilogo della Restituzione: Dove sono i presunti inganni della vita? 

/…// Ognuno ha in mano il suo specchio e la sua trottola/ Intorno al capo 
il frusciare di una nottola.  
Specchio e trottola sono tra gli oggetti o giocattoli rituali che compaiono nell'iniziazione di Dioniso fanciullo. Il poeta concede a tutti anche un simbolo d'altra specie: la nottola è uccello caro alla dea Atena, e raffigura la ragione che domina le tenebre. Lo specchio e la trottola è il titolo del successivo poema che apparirà da Vallecchi nel 1960. Si vogliono altre prove della costante ispirazione misterica di Cacciatore? 
Scatta da quell'ispirazione il gesto mentale che strappa fenomeni e pensieri al senso comune e al rovinìo del tempo. In parecchi casi il lettore non è tenuto a sapere niente fuori dai testi. Può semplicemente avvertire quel gesto, e tanto basta. Cito parzialmente due poesie, sperando che invoglino i lettori bendisposti. 
Questa luna che dice ad ogni cosa svèstiti/ La realtà svela ai sepolcri dell'Appia/ Nella luna di luglio due volte superstiti/ Al morto prima ed ai vivi poi ch'io sappia/ /…/ La nullità consiste si fa pietra bianca/ /…/ Questa luna in cui ora andiamo smarriti/ È la morte di cui ci siamo rivestiti. 
Ha eletto te a sua patria l'indesiderabile/ Nell'intimo gli estranei di cui sei fatto/ Ora sono Giuditta ora sono Oloferne/ Inebriati da quell'innocente baratto/ Trasformano i pensieri in mani fraterne/ Non più il desideriovuole cosa e cosa/ È l'indesiderabile in cui si riposa. 
L'intero cursus animi dello scrittore è stato segnato dall'immane elaborazione di un lutto, dalla forsennata contesa col pensiero della morte, quell'estranea che ci indica “la strettezza del varco” e ci esalta la vita. Quell'incompresa che ci sfida alla gara. Tutto è cominciato con la morte improvvisa del fratello maggiore, ammirato e amatissimo, mito “indiscusso” della sua adolescenza. Edoardo, sedicenne, ne è sconvolto. Spezzata quella sicura immediatezza, tutto sembrava finire nel buio serrato, impenetrabile. 
Leggiamo almeno poche righe di ricordo da L'identificazione: “Andavamo, e sulle spalle inconsapevoli erano i drappi leggeri di tutte le civiltà. Solcando le acque verdi dell'anima ti seguivo, e in silenzio entravi nei porti vivi e operosi di tutte le epoche”. Qui, col passo e il silenzio dei due fratelli, è evocato quel meraviglioso groviglio di tracce che è Roma, invitante a stregate peregrinazioni nel visibile e nell'immaginario. 
Dalla pena della crudele interruzione, Edoardo esce trasformato. Sente una voce sorgere “dalla conchiglia della nuca”: E d'ora innanzi sarai folle di ragione. “Da ragazzo estremamente estroverso – racconta tanti anni dopo in un'intervista – divenni riservato, pensatore, e da questo trauma profondo uscii con una certezza: “Ogni cosa è tutt'altra cosa.” Così comincia il viaggio iniziatico ricostruito con qualche segretezza nell'Identificazione intera (a cui da ultimo l'autore avrebbe voluto aggiungere un sottotitolo più affabile e familiare: Andirivieni e rimpatrio). 
Se l'inesorabile alterazione è un incitamento, la restituzione che la vita fa di sé, pur nel suo crudele “spandimento”, è un atto di accoglienza: hai il mondo in palma di mano. Il mondo ti comprende. Tu appartieni intimamente all'Esterno. Che ci puoi fare? Tale pacata visionarietà della Restituzione non è tuttavia la cifra risolutiva della poesia di Cacciatore. La visionarietà dell'Esterno, che irrompe nel tuo pensiero e continuamente lo altera, non può essere addomesticata.  
La raccolta successiva, Lo specchio e la trottola, è discontinua. In molte occorrenze sembrano prevalere intenzioni sarcastiche programmate. I comportamenti del metropolitano “uomo moderno” sono fissati in metafore caricaturali troppo spesso di scarsa evidenza o indecifrabili. La spinta orfica dell' Identificazione s'è ingarbugliata. Ciò nonostante, un discreto numero di poesie, più ispirate che programmate, merita ammirazione. Ne cito appena un frammento superbo: Belletto a posto quando la tempesta tacque/ Senti io credo tu credi all'adorno incesto/ Squarcio di cielo e quercia in un orcio d'acqua/ Epoca a pezzi e non temo – meno mi piace/ 'uragano d'origine epigono in pace. 
Col saggio Dal dire al fare del '67, libro piuttosto agile e sogghignante, Cacciatore si costruisce una nuova piattaforma ideologica. Scopre il surriscaldamento del mercato; la proliferazione delle cose “d'impiego consueto”; il mondo dove le idee si squagliano dentro le cose, e i fruitori godono di una “enorme somministrazione di trivialità”. L'avidità ha messo le ali ai piedi. Tutto deve cooperare alle macchinazioni del Prodotto. 
Sembra che nel libro si mescolino due pulsioni: l'una a smascherare la nuova arrogante realtà del mercato, che col suo banale e luccicante terrorismo diffonde “un'irradiazione straziante, quasi schizofrenica d'irrealtà”; l'altra a esaltare le virtù orfiche e imprevedute del “corpo pubblico” che è oggi il mondo dei consumatori. I corpi, anche se gli umani non lo sanno chiaramente, vivono un fascinoso processo di liberazione delle energie, una salvifica caduta di tutti i divieti d'accesso. L'orfismo moderno di soppiatto rovescia le pretese del demonico mercato. Il poeta scopre l'orfismo di massa! 
Il poema totalizzante Ma chi è qui il responsabile? (1974) è una deriva del curioso saggio del '67, frutto più della volontà che dell'estro creativo. Stenta a farsi riconoscere. L'automatismo di cortocircuiti metaforici sconcerta e annoia il lettore. Che fine hanno fatto le immagini e il discorso gnomico? Sembra di sfogliare un catalogo di enigmi senza sbocco. Tra l'irridente e il distratto, l'autore mi disse che per scrivere certe parti del libro gli erano state utili le Pagine Gialle dell'annuario telefonico. Appunto. Però 
una decina di pagine me le terrei care: la lunga e divertente litania “Andatura”, il delizioso “Transistor” e “Il giuoco si scatena”. 
Dopo il deludente intervallo, l'inaspettato contraccolpo. Stavolta è di nuovo in scena il pensiero e la voglia spasmodica di “toccarlo”. Cacciatore è tornato ai lampi eleusini e all'orfismo dionisiaco. Ha riflettuto a lungo, costruendosi una Fisica fantastica dell'Energia cosmica: l'energia “zonzeggia” battito battito per l'universo, e il pensiero ritorsivo in quel transito cadenzato vuole intrufolarsi. 
Il dramma è raccontato per filo e per segno nel poema in prosa “Itto itto”, pubblicato soltanto nel '94 (editore Manni). Potete leggerlo o no, fate voi. Non è necessario per capire La puntura dell'assillo, cinquanta ed un sonetto, smilzo libretto del 1986, che non riassume per niente il volumone da cui scaturisce; ne esprime invece l'anima, ne spreme il succo. E lo fa con ispirazione felice di essersi liberata dell'ingombrante fardello (seicento pagine di fatica intellettuale pazzesca). 
Il pensare inscenato nei sonetti è dionisiaco, è “adorabile coito d'amore”, è “allegria”. Pensare è sorreggere i transili schianti/ Secondo l'assillo che punge ove smania/ Il tatto vi avoca e lo modula in tanti/ Ribattiti espansi…. L'atroce divieto di uscire da sé non è mai abolito, ciò il pensiero lo sa. Ma da qualche parte Cacciatore dice: a noi spetta “rendere prensile quanto si altera”. La puntura dell'assillo ha un suo potere di seduzione: induce il lettore (di poesie) a innamorarsi del proprio pensiero. Toccare no. Una sfioratina, forse, fuggevolissima… potrebbe scapparci.  
P.S. Mi sono stupito di non trovare nel libro Tutte le poesie edito recentemente da Manni il poemetto “Pari e Patta”, scritto molto probabilmente dopo “Itto itto” e certamente dopo La puntura dell'assillo. Sono entrambi distillati dall'immane scrittura-investigazione di “Itto itto”. “Pari e Patta” conta venticinque strofe di dieci versi, le quali si accorpano in sei sequenze distinte composte di un numero di strofe che va da 3 a 5. Direi che ogni sequenza è tematizzata nel verso della prima strofa. Si tratta dunque di una composizione accuratamente architettata. “Pari e Patta” è stato pubblicato due volte. La prima nel 1986, nel n.81 della rivista “Alfabeta”. La seconda nel volume Chi l'avrebbe detto (Feltrinelli 1994) con una piccola festosa variante dell'autore a me dedicata.

Adelphi


I libri di Alfredo Giuliani (4)

Milan Kundera, Cristina Campo, Vladimir Dimitrijevic, Alan Bennett, Tim Judah, Alexandre Kojève, Charles Malamoud, Oliver Sacks, Brian Cantwell Smith, Cornelia Hesse-Honegger, Julia Whitty, Fleur Jaeggy, Catherine Sauvat, Muriel Spark, Alfredo Giuliani, Rodolfo Sonego, David O. Selznick, Rosa Matteucci, Ennio Flaiano
2003, pp. 327
€ 19,00  –15%  € 16,15  
Alfredo Giuliani
1977, pp. 418
Esaurito
Alfredo Giuliani
1972, pp. 114
€ 10,00  –15%  € 8,50  
Ingeborg Bachmann, Djuna Barnes, Roberto Bazlen, Thomas Bernhard, Mario Bortolotto, Norman O. Brown, Italo Calvino, Guido Ceronetti, René Daumal, Morton Feldman, Fleur Jaeggy, Pierre Klossowski, Karl Kraus, Giorgio Manganelli, Stelio Mattioni, Friedrich Nietzsche, Giuseppe Pontiggia, Sergio Quinzio, Giorgio de Santillana, Giuseppe Trautteur, Roberto Vigevani, Aby Warburg, J. Rodolfo Wilcock, Edgar Wind, Roberto Calasso, Alfredo Giuliani, Sergio Solmi, Robert Walser
1971, pp. 358
Esaurito

Molto Giuliani


Lanima mia vilment'è sbigotita


leggi sei-scherzi-decasillabi.

Sei Scherzi Decasillabi


lunedì 20 maggio 2013

Penelope Fitzgerald

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2000/05/04/perche-ho-amato-penelope-fitzgerald.html
Perché ho amato Penelope Fitzgerald

Sono un lettore affezionato di Penelope Fitzgerald, scomparsa ieri, all' età di 83 anni, vicino a Londra. Sono un suo lettore da quando Masolino d' Amico l' ha introdotta nel nostro paese. Confesso che mentre lavoravo a congegnare il mio secondo articolo su alcuni dei suoi romanzi (uscito in queste pagine il 12 marzo scorso), un po' trepidavo pensando all' età inoltrata dell' incantevole Vecchia Signora. E mi domandavo: scriverà ancora? Avrà pubblicato un altro libro dopo Il fiore azzurro? Dopotutto, quando apparve questo insolito romanzo nel 1995, la signora stava per toccare gli ottant' anni; sarà il suo canto del cigno? Devo affrettarmi, mi dicevo, perché forse la raggiunga almeno un' eco della nostra ammirazione. Quella trepidazione purtroppo ragionevole, era forse un presentimento dettato dall' affetto. Ora è venuto il momento di spiegare o di ribadire (infatti credo di averlo già suggerito nei due articoli a lei dedicati) perché si può amare a prima vista Penelope Fitzgerald. Penelope racconta le sue storie in un modo che sembra perfettamente naturale. Le sue frasi dipingono persone, cose, ambienti così come vuole che appaiano ai lettori. Senza mai una forzatura, un sovrappeso di retorica. Penelope è fantasiosa, ma non lo dà a vedere. Però ha il dono di attivare la fantasia dei lettori (ammesso che ne abbiano). Ognuna delle sue frasi ha la sua risonanza particolare, una vibrazione di senso, un colore o sfumatura che contribuisce all' insieme del quadro. Nei romanzi di Penelope non ci sono personaggi di contorno insignificanti. Vorrei prendere un esempio da L' inizio della primavera. Chi l' ha letto si ricorderà per sempre del servo Toma che compare di rado, quando è necessario in questo o quell' episodio. E per che cosa lo ricorderà? Per la sua conversazione col padrone Frank Reid, nel primo capitolo. Toma chiede a Reid se ha qualche notizia della moglie, che ha piantato improvvisamente la famiglia. Frank gli risponde che lei ha preso il treno per Berlino, e appurato il fatto non c' è altro da dire. Allora Toma osserva vagamente: "Dio non è senza pietà". E Frank, sorpreso: Ma come, quando sei venuto qui tre anni fa mi dicesti che non eri credente. E Toma, puntiglioso: "Non un non credente, signore, un libero pensatore. Forse non ha mai riflettuto sulla differenza. Come libero pensatore posso credere quello che voglio quando voglio. Questa sera posso affidarla, nella sua triste situazione, alla protezione di Dio, anche se domattina non crederò che esista. Come non credente sarei obbligato a non credere, e questa è una ingiustificabile limitazione ai miei pensieri". Un servo che la pensa in tal modo (a Mosca nel 1913 in agitati tempi prerivoluzionari) non è affatto incongruo, e non si può dire che è insignificante. E la bambinetta Christine Gipping (non ancora undici anni), che Florence Green è pressoché costretta ad assumere come aiutante nella Libreria, la ragazzina innocentemente spregiudicata, da vera proletaria anni Sessanta, che spiazza tagliente gli adulti con osservazioni micidiali, è senza dubbio un piccolo personaggio che Fitzgerald rende necessario e significativo della classe cui appartiene. Penelope ha un grande talento nel tratteggiare la presenza dei bambini nella vita degli adulti. Nei libri che conosciamo s' incontrano minori di vario carattere e classe sociale, non di rado dotati di una logica implacabile, che può parere cinismo precoce solo a chi non conosce i bambini. Penelope gratifica i lettori perché fa passare sotto i loro occhi, poniamo, la stupidità degli uni e la generosità degli altri, la cattiveria o la nobiltà d' animo, lasciando agli uni e agli altri il mistero delle loro inclinazioni. Il lettore giudica da sé solo. Penelope ha una grande maestria. Le sue frasi apparentemente semplici sanno esprimere situazioni complesse, suggerire sobriamente gli imbrogli dei caratteri. Penelope crede in ciò che racconta, ossia sa benissimo di esplorare il senso delle cose e degli esseri umani. I suoi personaggi li fa vivere e li conosce meglio via via che li racconta. Penelope è spiritosa e presta volentieri il suo umorismo ai personaggi che sappiano farne buon uso. Altrimenti li stringe con un filo di satira. Penelope è una signora colta, di buonissimi studi, di grande esperienza, che nella vita ha fatto tanti lavori diversi, anche modesti. E si capisce che ha sempre imparato qualche cosa. Non è un intellettuale, è un artista.

il caso di Florence Green

domenica 12 marzo 2000
Penelope Fitzgerald è una signora inglese di cervello educato e molta esperienza, che ha cominciato a scrivere i suoi romanzi "in miniatura" (e lei a chiamarli micro-chip novels) non prima di aver compiuto sessant'anni. L' abbiamo ammirata fin da quando e apparso in italiano Il fiore azzurro. L'editrice Sellerio ha poi pubblicato nel '99 altri due romanzi, tradotti come il precedente da Masolino d'Amico: La Libreria e L’inizio della primavera; ne restano almeno quattro per tenere sveglia la nostra attesa. O dovrei dire la mia attesa? Può darsi che io prediliga la Fitzgerald: per motivi che un tipo di lettore diverso da me troverebbe trascurabili o addirittura scontati. Infatti, le qualità del suo modo di raccontare suonano perfettamente naturali, a conquistarmi e il senso della vita ampio e sottile. Di quanti scrittori si può dire lo stesso? L'arte di produrre tali effetti è senza dubbio geniale, e proprio perché non ha nulla di vistoso e manieristico è oggi piuttosto rara. La Fitzgerald è maestra nel tratteggiare con semplicità situazioni complesse, e nel suggerire sveltamente sfumature e imbrogli dei caratteri. Sa combinare la sobrietà espressiva col tocco fantasioso. Affida il tono garbatamente ironico al corso degli eventi e al comportamento dei personaggi. Nelle sue storie percepiamo una drammaticità sommessa e diffusa; le sequenze e coloriture di stringato umotismo e avvertiamo collocate al posto giusto. Anche le figure secondarie o marginali hanno il loro risalto, e si fanno ricordare quali persone. Nei suoi libri non c'è nessuno scarto tra memoria e immaginazione: se sceglie tempi ambienti personaggi sempre diversi, si capisce che non lo fa solo per non ripetersi, ma soprattutto per esplorare il senso e il segreto delle cose e degli esseri comuni. Non esagerava l'appassionato traduttore nel chiudere la Nota finale al Fiore azzurro giudicando maligno, un silenzio che elude una domanda. Sentimento può essere un che di ignoto a chi lo patisce. Stare a quel gioco ratifica il lettore. L'equilibrio che incanta d’Amico ha il pregio di conservare intatto il mistero della stupidità e della cattiveria, della preveggenza e del buonanimo, dell'inconguo e dell’inesplicato, mentre passano evidenti sotto i nostri occhi. Pregio che può ben dirsi tipico di Cechov. Lo stile misurato e vivido della Fitzgerald sembra governare con grazia una certa inclinazione per li satira. Pubblicato in Gran Bretagna nel 1978, La libreria (pagg. 164, lire 15.000) e la sua prima opera narrativa, se si eccettua una detective story scritta, dice il risvolto di copertina, due anni non avesse qualche precedente. Ma si può spiegare a un curioso, o anche a se stessi, la maturazione di un talento? La Fitzgerald trasferisce nell' immaginario una sua lontana esperienza di lavoro a Southwold, cittadina costiera dell' East Anglia, che nel romanzo prende il nome fittizio di Hardborough. Non sapremo mai, né c'importa di sapere, se Hardborough somiglia davvero a Southwold. Ciò che sappiamo leggendo La libreria é che il ricordare e l'immaginare si sono certamente fusi nell'evento della scrittura, e che a prevalere sono state le mosse dell'invenzione. Hardborough esiste, creatura viva, tutta vera e tutta inventata, col suo buffo e angosciante provincialismo, gli aspri paesaggi e le figure bizzarre 0 deprimenti che la popolano. Esiste quale comunità appartata, povera di iniziative, retriva, aggrappata a tradizioni antiquate. Non la sfiora il crescente benessere di cui si sente dire, "nella stampa e dalla radio" anzi è persino un pò decaduta (siamo intorno al 1959-60). Lì tutti vengono visti "arrivare dalle grandi distanze".
Florence Green ci e vissuta otto anni passando quasi inosservata. Del resto, e una vedova di mezza età, piccola e asciutta, di aspetto "alquanto insignificante" davanti, e totalmente dietro", che dispone di mezzi molto modesti. E, a parte i minimi cambiamenti stagionali al suo abbigliamento ( durerà un'altro anno il suo cappotto invernale?), non offre spunti interessanti alla discussione pubblica. Ma un bel giorno Florence Green decide che è venuto il momento di dare una scossa a sè e alla comunità.




Poichè da ragazza ha lavorato presso..