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martedì 21 gennaio 2014

[Gruppo 63] il contesto


Un'eco del dibattito dentro e fuori il Gruppo 63

lunedì 15 aprile 2013

Era nato per esprimere il dissenso

|47| giovani scrittori tedeschi a cui gli editori del loro paese non pubblicavano i libri, perchè, dicevano, non c’era la carta, gli occupanti alleati la razionavano. «Non ci pubblicate i libri - avevano risposto gli scrittori- e allora noi li leggeremo in pubblico» |63| L’idea era di ripetere, l’esperienza anche da noi: il nostro mercato letterario era bloccato dall’egemonia del realismo (parallela ad un’altra egemonia), per romperla bisognava portare il fare letterario in piazza, leggere i libri dei nuovi autori in pubblico.  |
videorlab / un-pomeriggio-di-fine..
Gruppo 63. Era nato per esprimere il dissenso delle nuove generazioni di letterali e fini per diventare - come sospetto sia ora - una delle tante cinghie di trasmissione della burocrazia di sinistra. La sua data cimiteriale fu il 1968: ce ne andammo io, Filippini, Giuliani, Manganelli, ecc. Invece Sanguineti si fece eleggere senatore dal Pci, Balestrini si dedicò all’epopea dei compagni che sbagliano, Eco, Barilli Guglielmi eccetera. Va be’, lasciamo perdere. Quarant’anni? Buon pro gli faccia. 

domenica 13 novembre 2011

padri fondatori


La rivista Malebolge vide  la luce sulla metà degli anni Sessanta a Reggio Emilia, .. a metà degli anni Sessanta, dopo la kermesse fondatrice dì Palermo, si riunì nuovamente a Reggio Emilia.
 Il Gruppo 63 costituiva, per dir così, un’orchestra polifonica, con più anime estetiche e ideologiche, ma tutti si riconoscevano nel Verri, e spergiuravano sul libro dei Novissimi, che agli inizi del decennio in questione aveva dato fuoco alle polveri della neoavanguardia. 



L’intenzione dei Novissimi, come per il Gruppo 63, che li ha sempre  riconosciuti come padri fondatori, era quella, detto in soldoni, di creare una contaminazione traumatica della nostra letteratura con quelle vertiginose esperienze di scrittura, praticare dalle avanguardie storiche europee, che il deplorato ventennio aveva mantenuto rigorosamente al di lì dei nostri confini. 

Come l’antologia Americana di Elio Vittorini si era ripromessa di far conoscere agli italiani gli scrittori statunitensi, così il Gruppo 63 voleva fare lo stesso per quel che concerneva tutti i poeti e i romanzieri di cui ci era stata negata l’esperienza. Erano pochi quelli che da noi avevano letto i Cantos di Pound, oppure il poema generale di Neruda, e tantomeno le poesie di Éluard. Non si trattava, però, di progettare un semplice aggiornamento, ma di promuovere una vera e propria rivoluzione linguistica, il passaggio di un paradigma dì scrittura ormai
esaurito a un altro, aperto a tutte le avventure lessicali e sintattiche.


..il surrealismo che sopravviveva soltanto come un fantasma. Per cui ci riproponemmo non di fare gli zombi o i redivivi del surrealismo storico, ma di dare vita a una sua nuova versione possibile, che decidemmo di definire parasurrealista. 
In qualche misura, il parasurrealismo intendeva essere il manierismo del surrealiamo.  Si trattava non di una rivisitazione, ma di una  riformulazione in veste moderna. Si era deciso così di impiegare le tecniche del surrealismo storico, come la scrittura automatica, elevandola alla seconda potenza, e cioè, per fare un esempio, simulando quel dettato dell’inconscio di cui Desnos, nei suoi tenebrosi versi, spergiurava di essersi messo all’ascolto diretto.
 Noi, cinicamente, si fingeva di fare lo stesso, ottenendo risultati simili, ma conseguiti a freddo, senza nessun apporro di voci salite dal profondo. Quelle tecniche combinatorie, di
ascendenza dadaista, che puntavano sul caso come promotore estetico, e di cui i surrealisti avevano fatto un impiego molto frequente, soprattutto nei loro cadaveri squisiti, venivano da noi inserite in qualche algoritmo che rendesse fittizia tutta l’operazione. Insomma, il  parasurrealismo si poneva come finzione consapevole del surrealismo. Le nostre metafore erano pescate dalla poesia di tutti i tempi, ma date come se derivasaero dal gioco spontaneo della interazione, a livello inconscio, tra il desiderio e la censura, la rimozione e il suo affiorare sulla superficie della coscienza. Il parasurrealismo era, insomma, un’esegesi in forma poetica del surrealismol!


Cinquant’anni dopo rivado con la memoria al destino di quei miei fortunosi amici di allora.
Nanni Scolari è stato il primo a mancare all’appello, in circostanze tragiche.
E così Antonio Porta, qualche decennio dopo, quando ormai era un poeta universalmente riconosciuto. Il destino dei tre moschettieri senza D’Artagnan ai proseguì su strade diverse.
 Adriano Spatola si convertì all’editoria e, alla
fine degli anni Sessanta, fondò una piccola essa editrice, Geiger, che fini per costituire nel tempo un importante punto di riferimento per molti giovani poeti.
Un mio volumetto di versi,  il Pesce gotico, inaugurò quella avventura libraria. In seguito Spatola diede vita a una rivista, «Tam Tam», che tenne viva la fiaccola di quella avanguardia, che, nel nostro paese, è andata progressivamente declinando. Nella sua fortezza editoriale, a Mulino di Bazzano, Spatola ha assolto per anni il compito di maestro di una cultura alternativa. Il suo percorso di artista è passato da una poesia di ispirazione surrealista a una poesia concreta, ai confini con la pittura, fatta di lettere sottoposte a una sapiente atte combinatoria, ritagliate e ricombinare variamente, Negli ultimi anni della sua vita si è dato all’happening vocale, e si ricorda il suo poema fonetico Aviation-Aviateur recitato ripetendo ossessivamente queste due parole battendosi contro il petto il microfono. 
Corrado Costa proseguì per la sua strada di poeta giocoliere, potenziando al massimo l’aspetto orale dei suoi versi. Di conseguenza, ha finito per ottenere lo straordinario risultato, mi si consenta il paradosso, di entrare a far parte delle sua poesia, diventando il poema di se stesso. 



Chiunque abbia assistito a una sua lettura della poesia il Fiume, e sia passato subito dopo a leggerla, capirà benissimo il mio discorso. 


Da poeta del «dopo ermetismo», come risulta essere nel suo libro Pseudobaudelaire, Costa ha coltivato una poesia fatta di versi brevi, di bisticci verbali, di equivoci semantici, e ci sembra del tutto legittimo far risalire questa sua verve, spesso di un corrosivo humour nero, all’ineffabile Jarry e alla sua patafisica. I suoi versi erano spesso accompagnati da disegni divertenti, spesso dissacratori e talora porno, con un tratto leggero dse ricorda certe figurette di Matta.

Malebolgie è stata per me un laboratorio, che mi ha insegnato a cercare
che cosa volessi fare davvero della mia vita.
alfabeta2, settembre 2011

lunedì 21 dicembre 2009

Perche' tanto furore?

Dopo trent' anni, i ferri sono ancora tanto roventi? La notizia che a Reggio Emilia si teneva un convegno con la partecipazione di quelli che furono i protagonisti della neoavanguardia del Gruppo 63 per una discussione su un trentennio di esperienza letteraria, ha dato il via a scontri. Il "Corriere" ha ospitato in una pagina, accanto a un bilancio distaccato di Edoardo Sanguineti, dure critiche di Franco Fortini e di Enzo Siciliano, che hanno provocato (su "Repubblica") la replica altrettanto dura di Alfredo Giuliani.

Trent' anni sono molti, o sono nulla, nella storia letteraria. Specialmente per un movimento che si voleva fortemente innovatore, significano che tutto e' ormai consumato e che non e' proprio il caso di starsi a guardare la coda. Le rotture piu' violente, nella parte positiva, si suppongono addirittura istituzionalizzate. Ma intorno al Gruppo 63, ecco ancora un furor che sorprende (e gli addebiti sono un po' quelli sentiti decenni fa). Che cosa impedisce la sutura? In Francia, la celebre faida Barthes Picard sulla "nouvelle critique" credo echeggi ora solo nei manuali universitari. Pare bizzarro che la neoavanguardia continui da noi ad apparire, in certi casi, come uno sgradevole malanno giovanile, un' inurbanita' che ha lasciato un po' di sporco in salotto e qualche cassetto scassinato. Nient' altro? Detesto i cinquantenari, i centenari, le celebrazioni a calendario (ma l' incontro di Reggio Emilia voleva anche essere il pretesto per uno sguardo al presente della sperimentazione dei giovani). Comunque, nei commenti e nelle polemiche si e' persa l' occasione per discutere seriamente, a critica fredda, dei meriti e demeriti dell' avanguardia di quegli anni, inventando qualche nuovo modulo per misurare cio' che essa ha portato, anche come seme per il futuro. Importa poco allineare i nomi (Arbasino, Malerba, Balestrini, Porta, Sanguineti, Manganelli etc) su cui il consenso e' largo.
Il Gruppo 63, se e' stato qualcosa, e' stato un ente complesso, in continuo subbuglio nei suoi confini. Personalmente, penso che sia stato, dopo il ' 45, il solo momento di scrollo, di dissesto, di rimessa violenta a contatto con il rapporto di fondo soggetto linguaggio. Poi, si faccia pure tutta la lista degli errori, degli abusi, dei fallimenti. Ma il vero della letteratura e' di distruggersi istante per istante, di essere solo li' dove la si fa; o meglio: dove la si fara' ... Che noia dover rimettersi ai vecchi conti!