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venerdì 14 aprile 2023

Trimalcione a Marsiglia

TRIMALCIONE IN BIBLIOTECA LE DROGHE DI MARSIGLIA L'AVVENTURA PSICHICA. CIÒ CHE DOBBIAMO A FACHINELLI

Per anni ho letto trattati e saggi di psicoanalisi come fossero romanzi, zibaldoni poetici, peripezie antropologiche e terapeutiche di nuovi intrigantissimi sciamani. Sono stato toccato nel vivo della fantasia, nell'ombelico dei sogni, nel cocuzzolo mitologico-filosofico. La letteratura psicoanalitica ha finito con l'occupare uno spazio cospicuo della mia biblioteca. A un certo punto della vita ho fatto una soddisfacente esperienza, né troppo breve né troppo lunga, del -confessionale» junghiano. Che tutto questo mi sia servito per conoscere un po' meglio me stesso e gli altri, a percepire la forza e le deformazioni degli impulsi, per congetturare la presenza di campi e confini invisibili, mi piacerebbe affermarlo ma ne dubito.

Per me il fascino principale dell'analisi risiede nel metodo e nell'idea che lo muove: che si possa riuscire a conoscere (o riconoscere) ciò che non sappiamo di sapere, ossia la nostra distorta ignoranza o sepolta sapienza. Infatti, c'è una cosa ovvia che troppo spesso viene dimenticata: gli «oggetti» di cui discorre la psicoanalisi sono tanto arcaici e lontani quanto i modi della nostra vita emozionale, affettiva e mentale. La psicoanalisi è un'arte maieutica, è un teatro alchemico e manierista, è «l'avventura psichica», come aveva intuito lo Zeno di Italo Svevo; e l'operatore, lo sciamano, la esercita a proprio rischio, modificandosi continuamente. Certo, esistono anche sciamani mediocri o cialtroni; ma questo è un altro problema.

Nel fascino esercitato dall'analisi c'è un fondamentale elemento critico. Io devo supporre che il nostro sciamano possieda i criteri della Ragione e della patologia psichica; e insieme con lui, grazie alla delicata e penetrante manovra di tali criteri, mi avventurerò nel mio sepolto e confuso sapere. È vero che per l'analisi non esiste la malattia, esiste il malato. Eppure, oggigiorno la relazione terapeutica (che dovrebbe configurarsi come una trasfusione di ritrovamenti e ideazioni dall'analista al paziente e viceversa) corre due pericoli perfino grotteschi. In sostanza, che sia l'analista sia il paziente si abbarbichino al già noto. L'uno per l'accumulo di conoscenze e interpretazioni trasmesse e collaudate. L'altro perché subisce la frammentazione temporale delle sedute e perché tende a incanalarsi nella prevedibilità delle cose da dire. Prevedibilità che non finisce mai, attirata dal miraggio di comunicare tutto...


lunedì 9 maggio 2022

Muzzioli vs Giuliani ✍

 


Il nonsense di Giuliani persegue la semantica dell’incongruo con una buona dose di gioco, facendo sprofondare la formazione del senso in appositi punti di crollo, malgrado il mantenimento della corretta sintassi. Basti pensare a un titolo come Azzurro pari venerdì: il colore potrebbe stare con il “pari”, ma allora al tavolo della roulette dovrebbe essere rosso o nero; il pari potrebbe stare con una data, ma non la data con un colore; un venerdì potrebbe essere azzurro in caso di giorno sereno, ma allora perché pari? Se la struttura ricorda un esito enunciato dal croupier, il “rien ne va plus” qui è davvero impazzito.

Sebbene la “contestazione del testo” non venga esibita, come avviene in altri (ad esempio in Balestrini), con violenti colpi di forbici e montaggio brusco, tuttavia sono convinto che un titolo come Versi e nonversi (della edizione feltrinelliana del 1986) non voglia soltanto alludere ai generi e far in modo di poter accogliere nel libro anche la prosa de Il giovane Max, ma indichi al contempo il conflitto interno tra poetico e antipoetico, quella che definirei come “auto-antitesi”. Le due cose insieme; già nel lontano 1966, con rigore Gianni Scalia annotava che in Giuliani «l’azione negatrice si ripositivizza; la scoperta del materiale reificato è anche liberazione dalla reificazione nel nuovo rapporto stabilito tra negazione e “vitalità linguistica”».

A guardar bene, c’è l’incentivazione dell’invenzione; c’è la gustosa clownerie e la rigogliosa patafisica (come il convegno ha confermato); c’è la scatenata deformazione del linguaggio fino ai neologismi da grammelot; c’è la ricerca sul ritmo, che comincia facendo zoppicare l’endecasillabo e arriva al verso lungo litaniante del Tautofono (a mio giudizio l’apice della poesia dell’autore). Che poi questa capacità funambolica possa risultare polemica agli occhi di chi guarda ciò che invece non c’è (il lirismo, l’emotività, l’evocazione e quant’altro fa la poesia standardizzata) lo lascio ai fautori del melenso rituale dell’“aura fritta”. Sicuramente qualche volta alla polemica Giuliani si è lasciato andare, lo attesta, nella sua lunga attività di critico, almeno quella meravigliosa stroncatura della Storia della Morante che cominciava: «Ho vissuto lunghe ore di abbrutimento: ho riletto per dovere d’ufficio, con scrupolosa angoscia»…

sabato 28 gennaio 2017

con Alfredo Giuliani

Orari contrari con Alfredo Giuliani Sono andato molte volte in questi anni con il treno metropolitano da Alfredo Giuliani in cerca d’aiuto, l’ultima per un impegno con l’Università d’insegnare scrittura e farlo da illetterato sporgendomi sulle nuove tecnologie digitali. Avevo adocchiato nella sua bella casa certi collages promettenti e mi dicevo che se a tenerli era Giuliani, di sicuro c’era del buono; se poi era lui l’autore con Novelli e gli altri, allora bisognava proprio che sapessi. Evitando accuratamente di approfondire l’argomento, pregustando gli eventi, mi misi d’accordo per andare da lui con la mia camera. Si arrampicò su una scaletta alquanto precaria e cominciammo dal primo in alto, nell’ingresso, mettendo in allarme Rupert che non era stato avvertito delle riprese - i suoi abbai infatti sono l’incipit, la sigla. Da pretesto il collage, ben presto, si fece fido conduttore ed io seppi a lungo cosa dire agli studenti ad Arcavacata, delle peripezie dell’arte, della sperimentazione e delle tecnologie dell’alfabeto in tempi non sospetti; dalla sua esperienza in Rai, dalla docenza a Bologna al Dams, muovemmo a ritroso per l’esperienza vertiginosa degli anni cinquanta e sessanta alla raccolta di spunti per la composizione e la progettazione di artefatti comunicativi per chi fosse alle prese oggi con l’immensa tavolozza del web e con il nuovo repentino abbassamento della lingua nelle pubblicazioni digitali. «Non ricordo quando ho scelto la poesia. Da bambino leggevo i libri e i giornali che leggevano tutti i bambini; e forse qualcuno di più: favole, avventure, viaggi. Tra gli undici e i tredici, mi vedo affascinato e immerso, non so proprio perché, nel teatro: Goldoni; Alfieri; Shakespeare (in traduzioni ottocentesche), Metastasio (Didone abbandonata e Attilio Regolo). Dopo i tredici devo aver cominciato con i romanzi (Dickens, Stevenson, Dostoevskji, Dumas). Verso i quattordici divento lettore onnivoro, ricevo in regalo tutti i volumi della collana «I grandi scrittori stranieri» UTET (saranno stati un centinaio) e lì scopro Baudelaire e Shelley (tradotti in prosa). Fu allora, tra i quattordici e i quindici anni; che l’interesse per la poesia prese un certo sopravvento? Può essere, ma non ne sono affatto sicuro. Al ginnasio ebbi per un certo periodo un professore dannunziano. Amavo Leopardi e trovavo D’Annunzio detestabile, anzi repellente. Non sapevo ancora niente della poesia “moderna”. Ma ciò che ricordo come un trauma incancellabile è la prima lettura di Rimbaud. Ero sui quindici anni e qualcuno mi dette Una stagione all’inferno e le Illuminazioni tradotte da Oreste Ferrari. Ero incantato, e sconvolto, dal venire a sapere che quei poemi in prosa, scritti da un ventenne, risalivano al 1873-74. Stava per scoppiare la seconda guerra mondiale e io, che iniziavo il liceo, avevo messo un piede nella lirica “pura” mentre l’altro correva con gli esametri dell’Odissea (è dal mio maestro di liceo, il giovane Bruno Gentili, che mi venne inoculata la passione per la metrica). Eppure fino ai diciannove, venti anni non tentai di scrivere versi.(..)» (Alfredo Giuliani, La poesia è una cosa in più, Ebbrezza di placamenti, il Verri”, n.11-12, 1989) La sua biografia per affrontare l’insicurezza dei giovani allievi, di chi non può provarsi e finisce col perdersi nell’afasia operosa dell’agire compulsivo studentesco; per me e i miei protetti, dire come usò l’autoanalisi per autorizzarsi da sé alla scrittura e alla poesia; come avesse maturato le scelte dei poeti nuovi e il sodalizio con Anceschi. Cercai con il video e i luoghi della rete che andavamo popolando, non qualcosa da aggiungere in gara col racconto, piuttosto con l’ascolto e le note a margine delle corrispondenze - non un vero e proprio metodo che s’ispirasse al modo di ricercare che poi condusse dai collage e le pièce alle Poesie di teatro, a riportare alla tipografia quel che circolava nell’ambiente, nei media, nelle performance, nei convegni - tecniche, utensili che divenissero strumenti nel procedere della sperimentazione, oggi come allora. Nei Media Sincronizzati a base testuale di Orfeo, Luigi, Valeria, Daniele, Rosario e via via degli altri, con gli studi per esempio sul paratesto di Ale e Silvia che attivavano il laboratorio a distanza, nelle interfacce mobili e dinamiche di Nicola e Francesco, con i report degli avatar più originali in ascolto e visione, trovammo con Alfredo tracce ed echi bastanti per continuare a vederci e a registrare, tanto che ad un certo punto si decise di studiare per esempio Quindici e magari poi Il cavallo di Troia, riviste guida che fornivano le piattaforme ideali della condivisione e del lavoro cooperativo per i gruppi di lavoro in rete. «Quindici è un giornale fondato sulla fiducia interna, non sulla routine professionistica. Un gruppo di scrittori lo ha inventato dal nulla, e io sono uno di questi. Credevamo di poter fare una cosa che allargasse un poco la nostra udienza, e l’abbiam fatta. Abbiamo avuto successo, più di quanto noi stessi speravamo. Il merito non è mio, né del direttore editoriale. Il merito è della. fiducia reciproca che ha sorretto tutti noi. Io stesso, quale responsabile, non ero che un fiduciario del collettivo. Nessuno mi ha tolto la fiducia, e io la conservo da parte mia per tutti i collaboratori. Dunque perché, «sul più bello», ho deciso di andarmene? È difficile da spiegare, e mi ci proverò. Forse occorrerebbe un lungo discorso, una cronistoria minuziosa. Negli ultimi tempi mi estenuavo, più che a raccogliere il «materiale», in lotte sempre meno allegre per bloccare le infiltrazioni di materiale oscuro e demagogico. Il mio crescente disagio nasceva dalla sensazione sempre più opprimente di essere entrato, quasi senza accorgermene, nella Ortodossia del Dissenso. Sia chiaro che io sono stato felice di pubblicare nei numeri scorsi certi documenti: le carte rivendicative degli studenti dell’Università di Torino, la teologia della violenza, la protesta dei cittadini di Orgosolo, sono fatti che noi abbiamo portato per primi all’attenzione di una grande cerchia di lettori, fatti che era giusto parlassero con il loro linguaggio. Ma il materiale di cui è composta una rivista è forse meno importante dell’atmosfera in cui viene proposto. Il passaggio dal documento o dall’argomento «giusto» al documento o all’argomento «facile» avviene in maniera percettibile ma subdola. Comincia il ricatto psicologico della cosa di cui si deve parlare. Il Dissenso diventa una merce che bisogna fornire. Non si ragiona più se non col Dissenso Comune.(..)» (Editoriale, Perché lascio la direzione di « QUINDICI » di Alfredo Giuliani). Non so più come fu che un giorno incorremmo nei dizionari e nei vocabolari e ci fu un’epifania da registrare – fui pronto con il videotelefono: “Tommaseo, alla lettera M, Morte, senti: Passione a cui sottostà il corpo quando l’anima cessa di ravvivarlo, capisci, la mentalità che ci sta sotto? Per questo bacchettone spiritualista, la morte non è un fenomeno ma una passione! Così alla fine quando hai letto la definizione sai cos’è la morte, ma non sai cos’è la vita.” Poco male che non si faccia lezione ad Arcavacata, e non si risponda sul web alle domande dei “ragazzi”, anche se mi disse lui stesso dopo un po’ di ritornare a farlo quando si fosse placato il mio disinganno: il maestro amico dovrà rispondere da molto lontano alle nostre domande, starà a noi raccorciare le distanze, oppure rimetterle e chiamarlo accanto. «L’ironia non è ironica, spiegò una volta Alberto Savinio ai suoi lettori; diversamente da quanto si crede generalmente, l’ironia è seria. Quei temi risibili, nella scrittura di Orari contrari (di Lucio Klobas), toccano gli abissi quotidiani del senso e dell’insensatezza. Per convincersene, basta leggere con attenzione i due testi più «teoricí» del libro: Tempo supplementare e Lente deformante. Il primo potrebbe valere come una irresistibile conferenza sulla lotta contro il tempo. Qui le frasi si concatenano in sequenze così ben congegnate e montate che perfino i luoghi comuni prescelti nel percorso paradossale suonano come gag. Potremmo anche sussultare di filosofico riso. L’altro testo, Lente deformante, descrive accuratamente la condizione dello scrittore che vorrebbe descrivere la realtà tale e quale, così come gli accade o gli accadrebbe di percepirla o allucinarla o ricordarla da instancabile osservatore di fenomeni e scrutatore di destini. Descrivere la morte in persona, fin dal suo primo timido apparire, mentre egli sta morendo. Insomma scrivere «come fosse lui stesso la morte che si autodescrive », morire con la penna in mano, questo sarebbe il massimo del realismo e lo ripagherebbe degli enormi sacrificí compiuti per identificarsi con le parti in causa. Il libro termina con una svolta inattesa, poche righe in cui l’allegoria non è più ipotetica, non è più dimensione puramente mentale perché ha preso corpo in una realtà delicata, felice e inevitabilmente fragile». (Alfredo Giuliani, La Repubblica, su “Orari contrari” di Klobas) i materiali relativi su http://uniet.it

lunedì 2 maggio 2016

martedì 23 giugno 2015

Alfredo Giuliani

antonioschiavulli/saggi/la-tenda-e-il-vento/ 

Se si escludono l’Introduzione alla prima edizione dell’antologia dei Novissimi e laPrefazione alla seconda, redatte entrambe nella forma del manifesto programmatico secondo la tradizione dell’Avanguardia storica, non si troveranno, nella pur ampia produzione critica di Alfredo Giuliani, molte tracce di un’esplicita riflessione sui modi e sul senso del proprio operare artistico. Ed è circostanza, questa, particolarmente significativa laddove si consideri quanto Giuliani abbia mostrato, nel proprio percorso di ricerca, una consapevolezza profonda della necessità di interrogarsi quotidianamente sulla propria scrittura.
Quando però, dopo la pubblicazione nel 1969 del Tautofono e nel 1972 del Giovane Max, Giuliani decide di mettere da parte, almeno provvisoriamente, l’esperienza della poesia, sembra trovare nell’attività di critico letterario, peraltro già vivacemente praticata nella stagione più vitale della Nuova avanguardia, uno spazio di intervento sul reale linguistico che lo circonda sufficientemente ampio da consentirgli anche di ragionare retroattivamente sul senso del proprio impegno come poeta. Il silenzio poetico, quasi ventennale e interrotto solo, sporadicamente, dalla pubblicazione in rivista di qualche verso non sempre consegnato alle raccolte successive, diviene così, paradossalmente, il segno di una ricerca ininterrotta che impone al poeta di interrogarsi costantemente sull’impasse storica che coinvolge la sua produzione poetica.
A quel silenzio corrisponde infatti un più assiduo impegno sulla scena della critica con interventi frequenti in riviste e quotidiani poi raccolti nei volumi Le droghe di Marsiglia, del 1977, e Autunno del Novecento, del 1984, che seguono alla pubblicazione, nel 1965, di Immagini e maniere, il testo che più da vicino rende conto del clima culturale negli anni più intensi del dibattito sulla poesia novissima.
in Il verri 52.34 (2007): 6-21
/La_tenda_e_il_vento._Alfredo_Giuliani_fra_critica_della_poesia_e_poesia_della_critica

sabato 31 gennaio 2015

NEL BLA BLA BLA DELL'ITALIA DELLE MAMME FORTI

Post by Videor.

venerdì 23 gennaio 2015

il cuore di molti è oggi zoppo.

 Inserito 28-08-2007 alle ore 13:37   

http://alfredogiuliani.blogspot.it/2010/01/un-mondo-ai-lati.html
da Ora Esatta di Massimo Celani:

L’anima mia vilment’ è sbigotita
E’ morto Alfredo Giuliani. Poeta, studioso e scrittore grandissimo. Nato a Mombaroccio (Pesaro)
nel 1924, romano d’adozione. Schivo, gentile, sempre disponibile. E’ il curatore de I novissimi
(Rusconi, 1961) e del volume Gruppo ’63. La nuova letteratura
(Feltrinelli, 1964). E’ l’autore di Chi l’avrebbe detto (Einaudi,
1973), di Versi e nonversi (Feltrinelli, 1986) e di molte
altre raccolte di poesie perlopiù introvabili. Per molti anni
ha animato le pagine culturali di la Repubblica.
Amico perplesso del corso di laurea in Filosofie e Scienze
della Comunicazione dell’Unical. Sul suo portale è facile
rintracciare delle lunghe conversazioni (basterà incrociare
sulle ricerche avanzate di Google “alfredo giuliani” con
mondoailati) a cura di Orazio Converso che ce lo ha fatto
incontrare e conoscere. Gliene siamo grati anche se così facendo il cuore di molti è oggi zoppo.
Ora Esatta lo ricorda con sei scherzi decasillabi, uno in meno del previsto. (mc)

domenica 23 novembre 2014

abbiamo giocato al tautofono

da il Tautofono [1'38"]

martedì 21 ottobre 2014

Alfredo Giuliani Le droghe di Marsiglia Adelphi

Alfredo Giuliani

Le droghe di Marsiglia

1977, pp. 418
isbn: 9788845903212
Letteratura italiana, Critica e storia letteraria
RISVOLTO 

A Marsiglia, Walter Benjamin fumava hascisch e delirava, felice e malinconico; a Marsiglia, Sade somministrava confetti afrodisiaci di cantaride a quattro prostitute che poi lo avrebbero accusato di averle fustigate, sodomizzate e avvelenate. Ma la droga di cui entrambi fecero maggiore uso è un’altra: quella della letteratura come «adultero intruglio di tutto».

Per aiutarci a viaggiare all’interno di questa specie di letteratura, seguendo itinerari imprevedibili, contorti, eppure astutamente ragionati, Giuliani ci offre, con questo libro, una guida preziosa.
«Lo scrittore ‘moderno’ compare ogni volta che uno si mette a scollare le parole dagli oggetti sui quali erano appiccicate»; è una definizione ironicamente minima, e insieme carica di implicazioni. Partendo da essa, si apre una prospettiva di ingannevoli incontri e di risposte ambigue che Giuliani riesce a illuminare in modo magistrale. Dalla patafisica nera di Jarry si passa a quella ascetica di Daumal, l’Es di Michaux replica a quello di Groddeck, Renard e Manzoni confrontano le loro perfidie, l’ilaro-tragico Manganelli visita l’ipocondriaco Gadda, la sapienza postribolare di Nell Kimball si accompagna a quella del poeta-guerriero Mao Tse-tung, i romanzi involontari di Freud si intrecciano alle avventure di Cendrars, gli acidi di Corbière si mescolano con quelli di Lichtenstein, il magicomico Dylan Thomas si ritrova col metafisico Empson, mentre il corteo della poesia italiana moderna sfila davanti ai nostri occhi, da D’Annunzio e Montale ai poeti ultimissimi.



In breve: è un diario appassionante di letture che non hanno potuto evitare di diventare scritture, che hanno spinto un critico-scrittore a quell’esercizio non ben delimitabile né regolabile che è la critica in rapporto a quell’entità ‘mostruosa’ in cui riconosciamo l’essenziale e l’indispensabile della letteratura moderna. Esercizio in cui eccellono appunto gli scrittori, come provano, fra gli altri, i casi di Benn, di Pound, di Auden, di Valéry. Una tale critica, parlando di letteratura, parla continuamente d’altro; e, parlando di tutto, vi fa pulsare la letteratura: di questo i saggi qui raccolti sono una dimostrazione sottile, pungente, tortuosa, violenta. Certo, non molto troverà in questo libro chi cerchi equilibrati panorami, timorate gerarchie, elenchi di torti e benemerenze verso la società o la storia. No: come la letteratura di cui parla (e di cui fa parte), una critica della specie qui praticata da Giuliani è «cosa ostile, animalesca, insolubilmente blasfema e religiosa, che circola ancora da qualche parte nella vita e che cuori di rospo e orecchie di cane sanno ancora intendere». Ed è anche un aiuto fraterno e un segno di complicità per chi è felicemente sperso nella selva della «letteratura abbandonata a se stessa»..

Tristan Corbière Alfredo Giuliani